Acqua e inclusione sociale, la gestione sostenibile come strumento di coesione

20 Agosto 25

L’acqua non è soltanto un bene naturale essenziale: rappresenta un potente motore di inclusione sociale. In un mondo segnato dalla scarsità idrica e dalla crescente complessità nella gestione dei reflui industriali, sono sempre di più i progetti innovativi che non solo puntano a incentivare una maggiore sostenibilità delle attività umane ma generano anche un impatto sociale concreto.

In Europa, direttive come la Water Framework Directive (2000/60/CE) e il Regolamento UE 2020/741 sul riuso delle acque reflue hanno favorito una serie di iniziative che combinano tecnologie di trattamento avanzato, economia circolare e coesione comunitaria. Al di fuori dell’UE, enti internazionali come l’UNESCO e la World Bank Water Global Practice sostengono programmi nei Paesi in via di sviluppo per fare in modo che l’acqua diventi una leva per l’occupazione, la formazione e l’inclusione delle fasce più fragili della popolazione. Esploriamo insieme alcuni tra i progetti più interessanti in UE e al di fuori del territorio comunitario.

L’acqua come fattore di coesione: il quadro europeo

In tutta Europa, la gestione dell’acqua sta evolvendo da “semplice” questione tecnica a strumento di coesione sociale. In cosa consiste questo cambiamento? Realtà locali (soprattutto si tratta di comunità agricole ma non solo) e istituzioni scelgono di collaborare all’interno di progetti in cui l’acqua depurata diventa una risorsa realmente partecipata. Cerchiamo di spiegare meglio quello che intendiamo con questa espressione.

Progetti comunitari di riuso idrico in Spagna e Italia

SUWANU Europe, finanziato da Horizon 2020 (2019–2021), ha coinvolto otto regioni europee per trasferire best practice sull’uso delle acque reflue trattate in agricoltura. In Andalusia (uno dei poli pilota) il 5,93 % delle acque reflue urbane veniva riutilizzato in agricoltura già nel 2016. Un dato superiore alla media nazionale spagnola. L’iniziativa ha previsto la creazione di gruppi di lavoro regionali e campagne di sensibilizzazione rivolte ad agricoltori e autorità locali, strumenti che si sono rivelati decisivi per il successo del progetto. Coinvolgere le comunità non significa soltanto informarle, ma permettere loro di partecipare attivamente al processo decisionale. Quando le persone hanno la possibilità di incidere sulle scelte, l’adozione di nuove pratiche diventa più rapida e radicata.

Senza questo approccio, i progetti rischiano di restare confinati a sperimentazioni isolate e di non produrre cambiamenti duraturi nelle abitudini consolidate. Per questo serve un modello di partecipazione attiva capace di trasformare gli utenti finali in veri protagonisti della gestione dell’acqua.

In Italia, il progetto VALUE CE‑IN (VALorizzazione di acque reflUE e fanghi in ottica di economia CircolarE e simbiosi INdustriale), coordinato da ENEA insieme a Hera, Università di Bologna e Irritec, ha realizzato una sperimentazione presso il depuratore Hera di Cesena. È stato implementato un prototipo hi‑tech che tramite una centralina automatizzata e sistemi di microirrigazione intelligente consente di soddisfare fino al 70% del fabbisogno idrico regionale e ridurre del 32 % l’azoto e dell’8 % il fosforo usati nei peschi e pomodori per le coltivazioni intensive. I test non hanno evidenziato alcuna contaminazione da E. coli (uno dei possibili problemi di questa tipologia di recupero dei reflui) e nessun incremento di carica batterica nel suolo.

Queste esperienze dimostrano che l’adozione di tecnologie avanzate e sistemi di governance partecipata generano efficienza in modo sicuro per l’ambiente, diffondendo al contempo una maggiore conoscenza dell’ambiente e dei problemi reali del territorio connessi alla filiera idrica.

Oltre l’Europa: l’acqua come leva di sviluppo sociale

In molti Paesi extraeuropei, l’acqua rappresenta un elemento determinante per la costruzione di resilienza territoriale, soprattutto nelle aree rurali o marginali. In questi contesti, la disponibilità di risorse idriche non è soltanto una sfida infrastrutturale legata alla presenza pozzi, reti di distribuzione o impianti di trattamento: è una variabile che influenza direttamente la salute delle comunità, la produttività agricola e persino la stabilità sociale. Dove l’acqua scarseggia o è di scarsa qualità, aumentano i rischi sanitari, si riduce la capacità di coltivare in modo sostenibile e cresce la competizione tra gruppi sociali, con potenziali tensioni economiche e migratorie. Al contrario, quando la gestione idrica è ben organizzata e partecipata, l’acqua diventa un fattore di coesione, capace di sostenere lo sviluppo locale e rafforzare il tessuto comunitario.

Ed è proprio da questa visione che nascono alcune delle esperienze più interessanti a livello globale: progetti in cui la gestione dell’acqua si intreccia con formazione professionale, empowerment femminile e creazione di microimprese locali. Esempi dall’America Latina e dall’Africa mostrano come soluzioni basate sulla comunità possano trasformare una risorsa fragile in un motore di inclusione sociale e sviluppo economico.

America Latina, l’importanza della formazione

In molte regioni dell’America Latina, l’acqua è al centro di progetti che puntano non solo alla gestione sostenibile, ma anche alla coesione sociale. In Colombia, ad esempio, la Water Global Practice della Banca Mondiale ha sostenuto programmi per la creazione di acueductos comunitarios, piccole cooperative idriche che gestiscono direttamente le reti locali. Queste realtà non solo garantiscono acqua potabile in aree rurali spesso escluse dalle infrastrutture nazionali, ma diventano veri e propri centri di formazione tecnica per giovani e donne, creando competenze professionali e riducendo l’emigrazione verso le città.

In Colombia, le cooperative idriche comunitarie (come quelle di Antioquia e Cauca) hanno ottenuto miglioramenti significativi nella gestione operativa e amministrativa. L’impiego di sistemi condivisi di manutenzione e la collaborazione tecnica tra comunità, ONG e autorità locali hanno permesso di ottimizzare i processi e ridurre i costi operativi rispetto a modelli nazionali centralizzati, rafforzando il senso di appartenenza e responsabilità collettiva. In parallelo, in paesi come il Brasile e il Perù, programmi guidati da ONG come Water for People hanno affiancato all’accesso all’acqua percorsi di educazione igienico-sanitaria e sostegno alle microimprese legate alla gestione e manutenzione degli impianti.

Africa subsahariana, reflui e microimprese locali

In Africa, la gestione dell’acqua è spesso una questione di sopravvivenza. In Kenya, il progetto Aqua for All, sostenuto da partenariati pubblico-privati, ha avviato iniziative di riuso delle acque reflue trattate nelle aree periurbane di Nairobi. Qui piccoli impianti decentralizzati non solo forniscono acqua depurata per usi agricoli, ma diventano poli di sviluppo locale, creando posti di lavoro legati alla manutenzione, al monitoraggio della qualità delle acque e alla distribuzione.

In Uganda, programmi come Safe Water Enterprises hanno adottato un modello imprenditoriale innovativo: stazioni di trattamento dell’acqua gestite da giovani imprenditori locali, formati grazie a corsi tecnici e di business management. Questo approccio ha avuto successo nel fornire acqua pulita, amministrata in modo sostenibile, a prezzi accessibili. Un sistema che genera benefici in termini di salute pubblica e di inclusione sociale.

I reflui industriali nel paradigma dell’economia circolare

Il riuso delle acque reflue industriali rappresenta oggi un paradigma innovativo nell’economia circolare, capace di trasformare un problema ambientale in una risorsa strategica a 360°. Non si tratta più solamente di depurare e smaltire gli scarichi, ma di valorizzare le sostanze contenute nei reflui per nuovi impieghi, in modo sostenibile e redditizio.

Gli impianti di trattamento si stanno evolvendo in centrali multifunzionali che recuperano energia da biomasse e biogas, estraggono nutrienti come azoto e fosforo da riutilizzare come fertilizzanti naturali, e producono acqua di qualità per usi agricoli e industriali. Questo processo non solo riduce il consumo di risorse vergini, ma abbassa anche l’impatto ambientale complessivo, diminuendo le emissioni di gas serra e la dipendenza da fertilizzanti chimici.

Secondo alcuni dati condivisi dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), l’adozione diffusa di tecnologie per il recupero dei nutrienti potrebbe abbattere fino al 20% la domanda di fertilizzanti di sintesi, con un conseguente risparmio economico e un miglioramento della qualità del suolo. Inoltre, la produzione di biogas dai fanghi di depurazione contribuisce a generare energia rinnovabile, integrando il fabbisogno energetico degli impianti stessi e riducendo l’impronta carbonica complessiva del settore idrico.

Questa trasformazione impone però un cambio di paradigma anche sul piano sociale. L’ampliamento delle funzioni degli impianti richiede figure professionali nuove, altamente specializzate nei processi tecnologici di ultima generazione e nella gestione integrata delle risorse. Per questa ragione, molte realtà europee stanno affiancando al potenziamento tecnologico programmi di inclusione sociale e formazione, destinati a persone in situazione di svantaggio o alla ricerca di una nuova occupazione qualificata. E si stanno diffondendo progetti che raccontano l’importanza della risorsa acqua anche ai bambini più piccoli. Così, la sostenibilità ambientale si intreccia con l’inclusione economica e sociale, creando un modello virtuoso e potenzialmente resiliente di sviluppo circolare.

Partnership pubblico‑private per l’inclusione

Il successo di queste iniziative si basa spesso su collaborazioni solide e durature tra operatori pubblici, aziende idriche e organizzazioni del terzo settore. In Germania, per esempio, alcune utility regionali hanno sviluppato programmi pilota che integrano la gestione dei reflui con percorsi di inserimento lavorativo per persone in situazioni di vulnerabilità sociale.

Attraverso accordi con centri di formazione professionale e servizi sociali, queste realtà offrono percorsi di tirocinio e tutoraggio in ambito tecnico, coinvolgendo lavoratori disoccupati in attività di monitoraggio ambientale, manutenzione degli impianti e controllo qualità. Il modello ha dimostrato efficacia non solo nel reinserimento lavorativo, ma anche nel migliorare il senso di appartenenza e responsabilità verso le infrastrutture ambientali, favorendo la sostenibilità complessiva del sistema.

Nei Paesi Bassi, esperienze simili hanno visto il coinvolgimento di enti non profit e cooperative sociali nella gestione delle aree verdi e delle zone di rispetto attorno agli impianti di depurazione. In queste attività, persone con difficoltà di inclusione sociale vengono impiegate in mansioni di manutenzione e cura del territorio, contribuendo a creare un legame positivo tra comunità e gestione delle risorse idriche.

Questi esempi confermano come il settore idrico possa diventare una piattaforma non solo di innovazione ambientale ma anche di coesione sociale, in cui l’integrazione di tecnologie sostenibili con politiche di inclusione produce valore condiviso e occupazione qualificata.

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