Acque meteoriche di dilavamento: cosa succede dopo la siccità

Acque meteoriche di dilavamento: cosa succede dopo la siccità

03 Settembre 26

Dopo settimane senza pioggia, le acque meteoriche di dilavamento tornano al centro dell’attenzione quando un temporale intenso colpisce aree urbane e industriali. Prima di raggiungere la rete, quell’acqua scorre su superfici rimaste asciutte per giorni o settimane, sulle quali nel frattempo si sono depositati polveri, residui del traffico e altri materiali legati alle attività che vi si svolgono. 

Accanto al rischio idraulico emerge quindi un altro problema: quello della qualità di queste acque meteoriche di dilavamento. Strade, parcheggi e piazzali accumulano nel tempo residui e contaminanti. Durante le precipitazioni, una parte di questi materiali viene mobilitata e trasportata verso caditoie, reti di drenaggio e corpi idrici. L’EPA ha dichiarato (United States Environmental Protection Agency) di individuare regolarmente nel runoff urbano sedimenti, metalli derivanti dall’usura dei veicoli, oli e grassi, contaminanti organici e nutrienti.

Dopo periodi asciutti prolungati, precipitazioni anche molto intense possono riportare rapidamente in circolo il carico che si è formato sulle superfici.

Acque meteoriche di dilavamento dopo l’asciutto

Il tempo trascorso dall’ultima pioggia è una delle variabili studiate nella qualità del runoff urbano. Nei giorni asciutti continuano il traffico, la movimentazione dei mezzi, le deposizioni atmosferiche e le attività sulle superfici esterne. Quando arriva una precipitazione, una parte dei residui presenti viene trascinata via.

La relazione tra durata del periodo asciutto e contaminazione varia però molto da un contesto all’altro. Pesano l’uso del suolo, le caratteristiche del bacino e il modo in cui si sviluppa la precipitazione.

Una review dedicata al first flush urbano, basata su oltre 400 studi scientifici, mostra proprio questa variabilità. Periodo asciutto precedente, impermeabilizzazione del suolo e caratteristiche della pioggia incidono sulla distribuzione del carico inquinante, ma con risultati diversi da sito a sito e tra differenti contaminanti.

Anche un monitoraggio condotto per quasi due anni su reti fognarie miste nel Nord Italia ha riscontrato relazioni fra il first flush di alcuni nutrienti, l’intensità massima della pioggia, la portata e il periodo asciutto precedente. Gli autori sottolineano tuttavia che gli indicatori utilizzati non hanno identificato il fenomeno in modo concorde in tutti gli eventi analizzati. I dati invitano quindi ad evitare automatismi: non ogni temporale produce un first flush della stessa intensità.

First flush: il carico di contaminanti

Con first flush si descrive la tendenza, osservata in molti bacini urbani, a concentrare una quota rilevante del carico inquinante nella prima parte del deflusso meteorico. L’acqua che arriva per prima in caso di piogge intense dopo la siccità incontra una superficie sulla quale sono ancora presenti i materiali accumulati durante il periodo asciutto. Con il proseguire della precipitazione, parte di quel deposito è già stata rimossa e aumenta anche l’effetto della diluizione.

La letteratura scientifica mostra comportamenti molto diversi. In alcuni eventi il fenomeno è evidente, in altri debole o assente. Anche nello stesso temporale, solidi sospesi, nutrienti e contaminanti disciolti possono seguire dinamiche differenti. Per questo il first flush è soprattutto una chiave utile per leggere il comportamento del deflusso e valutare correttamente le caratteristiche del singolo sito.

Strade e parcheggi: il runoff urbano

Su una superficie stradale il carico contaminante si forma gradualmente. L’usura di pneumatici e componenti dei veicoli contribuisce alla presenza di particelle e metalli; piccole perdite possono lasciare oli e altri fluidi sulla pavimentazione. A questi si aggiungono sedimenti e deposizioni atmosferiche. Quando piove, una parte raggiunge la rete insieme all’acqua.

L’impermeabilizzazione riduce la quota che riesce a infiltrarsi nel terreno e accelera il trasferimento del deflusso verso i punti di raccolta. Le superfici urbane incidono così sia sulla quantità di acqua che defluisce sia sul percorso dei contaminanti mobilitati. La gestione delle piogge in città influenza, quindi, anche la qualità dell’acqua che raggiunge le reti e l’acqua usata nelle attività di produzione.

Che cosa accade sulla superficie?

In un piazzale industriale la qualità del dilavamento dipende direttamente da ciò che avviene sulla superficie. Due aree della stessa estensione possono produrre acque con caratteristiche molto diverse. Un piazzale destinato soprattutto al transito dei mezzi presenta criticità differenti da uno utilizzato per carico e scarico o per la movimentazione di materie prime, prodotti e rifiuti.

Prima di scegliere un trattamento occorre quindi ricostruire il percorso dell’acqua e capire quali superfici raggiunge, che cosa può raccogliere e dove viene convogliata. Questo approccio trova un riscontro concreto anche nella normativa. In Lombardia il Regolamento regionale n. 4 del 24 marzo 2006 disciplina le acque di prima pioggia e di lavaggio provenienti da determinate superfici e attività. La norma definisce come acque meteoriche di dilavamento la quota di precipitazione che, non assorbita o evaporata, dilava le superfici scolanti; per le attività comprese nel campo di applicazione stabilisce criteri per raccolta, separazione, trattamento e scarico.

La stessa disciplina dedica un articolo alla prevenzione: le superfici interessate devono essere mantenute in condizioni di pulizia tali da limitare l’inquinamento delle acque di prima pioggia e di lavaggio. La gestione dell’area diventa quindi parte integrante della prevenzione, prima ancora del trattamento a valle.

Acque di prima pioggia e progettazione: non basta dimensionare una vasca

Nella gestione delle piogge intense dopo la siccità in aree urbane e industriali, la capacità di raccolta è solo una delle variabili da considerare. Il volume è necessario per dimensionare il sistema, ma la qualità dell’acqua contenuta in quel volume determina le scelte successive.

La soluzione dipende dalle caratteristiche della superficie e dall’utilizzo delle acque previsto. In alcuni casi sono sufficienti sistemi di raccolta e separazione; in altri servono sedimentazione, disoleazione o trattamenti più specifici. Anche la possibilità di infiltrare o riutilizzare l’acqua richiede una valutazione della sua composizione.

La normativa lombarda offre un esempio concreto anche su questo punto: per le superfici soggette alla disciplina, le acque di prima pioggia destinate a corpo idrico superficiale, suolo o strati superficiali del sottosuolo devono essere avviate ad apposite vasche di raccolta; quando necessario, devono poi essere sottoposte ai trattamenti richiesti per rispettare i limiti allo scarico. 

Parallelamente, il Regolamento regionale lombardo sull’invarianza idraulica e idrologica indica, ove possibile, il ricorso prioritario a soluzioni basate sulla natura e a sistemi di drenaggio urbano sostenibile capaci di favorire infiltrazione, evapotraspirazione e riuso. La scelta va quindi costruita sulle condizioni reali del sito e sulla qualità delle acque da gestire.

Siccità e piogge intense possono convivere nello stesso territorio

L’alternanza tra lunghi periodi senza precipitazioni e piogge molto abbondanti è già visibile anche nel contesto italiano. Nel 2024, secondo ISPRA e SNPA, le precipitazioni annuali sono risultate superiori del 38% alla media climatologica al Nord e inferiori del 18% al Sud e nelle Isole maggiori. In alcune aree di Sicilia e Sardegna si sono registrati fino a 146 giorni asciutti consecutivi. Nello stesso anno non sono mancati eventi di precipitazione eccezionale e alluvioni.

Per città e aree industriali significa gestire superfici che possono rimanere asciutte a lungo e poi ricevere grandi quantità di acqua in tempi molto brevi.

In queste condizioni, il deflusso diventa anche un veicolo per il trasferimento rapido dei contaminanti accumulati sul suolo, che è proprio il tema al centro di questo articolo.

Gestire il dilavamento significa conoscere prima le superfici

Una corretta gestione delle acque meteoriche parte da una domanda concreta: che cosa incontra la pioggia prima di arrivare alla rete? In un’area industriale, la risposta permette di distinguere superfici con caratteristiche diverse, individuare i punti nei quali si forma il carico contaminante e valutare se raccolta e trattamento siano adeguati al modo in cui quell’area viene realmente utilizzata.

Dopo un lungo periodo asciutto, le piogge intense rimettono in movimento ciò che si è depositato sulle superfici e lo trasferiscono rapidamente verso il sistema di drenaggio. Per questo il dilavamento urbano va letto insieme nelle sue due componenti: gestione dei volumi e qualità dell’acqua.

FAQ sulle acque meteoriche di dilavamento

Che cosa sono le acque meteoriche di dilavamento?
Sono le acque di precipitazione che scorrono sulle superfici senza essere assorbite o evaporare. Durante il percorso possono raccogliere sedimenti, residui del traffico, oli, metalli e altri contaminanti presenti sulla superficie. La composizione varia in funzione dell’area attraversata.

Perché le prime piogge dopo un periodo di siccità possono essere più inquinate?
Durante il periodo asciutto materiali e contaminanti possono accumularsi sulle superfici. La pioggia successiva ne mobilita una parte. Il fenomeno, noto come first flush, dipende però dal sito, dalla precipitazione e dal tipo di contaminante e non si manifesta con la stessa intensità in tutti gli eventi.

Come si gestiscono le acque di prima pioggia in un’area industriale?
Il primo passaggio è valutare le superfici scolanti, le attività che vi si svolgono, i possibili contaminanti e il recapito dell’acqua. In funzione della situazione e della normativa applicabile possono essere necessari sistemi di separazione, raccolta e trattamento specifici.

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