Uno scarico industriale autorizzato in pubblica fognatura entra in un sistema costruito per raccogliere e trattare acque provenienti da utenze diverse. Da quel momento, portata, composizione e variabilità del refluo diventano parte del lavoro quotidiano di reti e depuratori.
Il rapporto tra impresa e multiutility si definisce prima del punto di scarico. Nasce nel processo produttivo, nei lavaggi, nei cambi di lavorazione e nelle sostanze utilizzate. Prosegue nella rete pubblica, dove il refluo industriale viene raccolto insieme agli altri flussi e può essere gestito solo per quelle che sono le capacità operative dell’impianto che lo riceve.
Nel precedente articolo dedicato alla gestione dei reflui nella filiera delle multiutility, abbiamo analizzato il rischio di trasferire a valle criticità non risolte nello stabilimento. Questo approfondimento allarga lo sguardo alla dimensione del sistema depurativo italiano, agli investimenti programmati e alle responsabilità tecniche che nascono dall’incontro tra industria e servizio idrico.
Nel 2022 erano in esercizio in Italia 18.118 impianti di depurazione delle acque reflue urbane, con una capacità complessiva pari a 107,3 milioni di abitanti equivalenti. Attenzione: la misura dell’abitante equivalente non coincide con il numero dei residenti. Esprime il carico organico biodegradabile che un impianto è progettato per trattare e comprende, oltre agli apporti domestici, una componente legata agli scarichi non domestici e industriali conferiti al sistema pubblico.
La capacità risulta concentrata negli impianti tecnologicamente più strutturati. Le installazioni dotate di trattamento secondario o avanzato rappresentavano il 44% del totale, ma erano progettate per trattare il 94% del carico inquinante potenziale. Il restante 56% era costituito da impianti con trattamento primario o vasche Imhoff, generalmente associati a insediamenti di dimensioni più ridotte.
Il dato nazionale riunisce di fatto realtà molto differenti. Dimensione dell’impianto, tecnologia disponibile e caratteristiche del bacino servito cambiano da territorio a territorio. Per un’azienda autorizzata a scaricare in fognatura, il sistema ricevente non è un’infrastruttura astratta. Ha una propria capacità di trattamento, condizioni operative precise e limiti che devono essere considerati nella gestione dello scarico.
Le acque reflue domestiche presentano una composizione relativamente riconoscibile, pur con variazioni legate agli orari e alla stagionalità. I reflui industriali dipendono invece dal tipo di produzione, dalle materie prime, dai prodotti utilizzati e dall’organizzazione dello stabilimento. Come raccontiamo spesso sulle pagine di questo blog, anche due imprese dello stesso settore possono generare scarichi molto diversi.
Un lavaggio di linee o serbatoi può produrre un volume limitato, ma con concentrazioni molto superiori alla media giornaliera. Il passaggio da una lavorazione all’altra può modificare il pH o introdurre sostanze difficilmente biodegradabili. Fermate e ripartenze incidono sulla continuità del flusso e sul funzionamento degli impianti di trattamento presenti in azienda.
Un campione analitico resta indispensabile, ma descrive ciò che accade nel momento esatto del prelievo. Per comprendere il comportamento dello scarico servono piuttosto informazioni sul processo: origine delle correnti, frequenza dei lavaggi, volumi medi, picchi e sostanze impiegate. Questa ricostruzione consente di individuare le fasi che incidono maggiormente sul refluo e di valutare se alcune correnti debbano essere trattate separatamente, prima della miscelazione.
Quando una corrente critica è ancora separata dagli altri flussi, origine e composizione sono più facilmente riconoscibili. Dopo l’ingresso nella rete pubblica, lo stesso carico viene diluito e mescolato con acque provenienti da molte utenze. La diluizione riduce la concentrazione, ma non elimina la sostanza da trattare.
Per questo alcuni contaminanti possono essere affrontati con maggiore precisione ed efficacia all’interno dello stabilimento. Il trattamento industriale interviene su una matrice conosciuta, legata a uno specifico ciclo produttivo. Il depuratore pubblico opera invece su un insieme di reflui già confluiti nel sistema collettivo.
Le due funzioni non si sovrappongono. Il trattamento a monte gestisce le caratteristiche riconducibili alla produzione; il servizio idrico raccoglie e depura gli scarichi autorizzati secondo le condizioni previste per la rete e l’impianto. La progettazione deve comunque sempre partire da dati reali. Tecnologia e dimensionamento dipendono dalla matrice, dalle portate e dalla continuità con cui il refluo viene generato. Una soluzione efficace in uno stabilimento può risultare inadatta in un altro, anche all’interno dello stesso comparto industriale.
Il caso di Panama Trimmings mostra come questa impostazione possa essere applicata a un refluo industriale complesso. L’azienda si trovava a gestire acque reflue particolarmente recalcitranti, per le quali una configurazione standard non offriva una risposta adeguata. Iride Acque ha sviluppato per loro un impianto compatto con tecnologia EMER, modello Global Reactor, studiato sulle caratteristiche effettive dello scarico.
La configurazione adottata è stata progettata per affrontare la componente più difficile del refluo e limitare il contatto dei reagenti con le apparecchiature, con effetti rilevanti anche sulla gestione operativa dell’impianto. Non è possibile attribuire al progetto un beneficio diretto e misurato sulla rete pubblica o sul depuratore a valle. Il caso permette però di osservare un passaggio importante: la qualità dello scarico viene costruita lavorando sulla matrice nel luogo in cui nasce, quando le sue caratteristiche sono ancora direttamente riconducibili al processo produttivo.
Nel 2023 la spesa sostenuta in Italia per i servizi di gestione delle acque reflue ha raggiunto 13,5 miliardi di euro, con un aumento dell’1% rispetto all’anno precedente. Il 71% della spesa è stato attribuito al settore delle imprese, il 19% alle famiglie e il 10% alla Pubblica amministrazione e alle istituzioni non profit.
Questo dato non indica che le imprese producano il 71% dei reflui italiani. Nei conti ambientali Istat il settore comprende sia le aziende che acquistano servizi di depurazione sia gli operatori economici che li forniscono. La composizione della spesa aiuta a chiarire la natura dell’impegno economico. Il 71,4% riguardava l’utilizzo dei servizi di depurazione, mentre il 21,3% era destinato agli investimenti, realizzati in prevalenza dagli operatori del servizio idrico integrato.
Reti, sollevamenti, trattamenti, controlli, energia e manutenzione rendono la gestione delle acque reflue una delle principali voci della spesa ambientale nazionale. Il refluo industriale entra in questa infrastruttura con caratteristiche che possono richiedere interventi specifici prima del conferimento al sistema pubblico.
Per il periodo regolatorio 2024-2029, ARERA ha rilevato un fabbisogno di investimenti pari a 29,6 miliardi di euro, comprensivo dei fondi pubblici disponibili. Il dato riguarda 170 operatori che servono poco meno di 54 milioni di abitanti. La programmazione prevede 4,7 miliardi di euro nel 2024, 6,1 miliardi nel 2025 e 5,3 miliardi nel 2026.
Una quota pari a circa il 14% delle risorse è destinata al miglioramento della qualità dell’acqua depurata, mentre un ulteriore 12,5% riguarda l’adeguamento del sistema fognario. Le percentuali fanno riferimento a due obiettivi specifici della programmazione regolatoria e non rappresentano l’intero costo nazionale di fognatura e depurazione. Indicano comunque quanto queste infrastrutture pesino nei piani di investimento del servizio idrico.
Le multiutility devono lavorare contemporaneamente su più fronti: contenimento delle perdite, continuità dell’approvvigionamento, adeguamento delle reti, qualità dell’acqua potabile e capacità depurativa. La gestione degli scarichi industriali si colloca all’interno di questo quadro. Un refluo più stabile e noto non risolve le criticità infrastrutturali del sistema, ma rende più leggibile e quindi facile da gestire una delle componenti che entrano nella rete.
Il processo regolatorio e autorizzativo definisce le condizioni entro cui lo scarico può essere conferito in pubblica fognatura. La gestione quotidiana richiede però di verificare che quelle condizioni vengano mantenute anche quando cambiano turni, volumi o produzioni.
Il rapporto tra impresa e gestore si fonda quindi su due piani distinti. Il primo è amministrativo e riguarda limiti, controlli e prescrizioni. Il secondo è operativo: qualità del refluo, frequenza dei picchi, portate e capacità di individuare tempestivamente le anomalie. È in questo secondo livello che i dati possono migliorare la conoscenza dello scarico. Misure di portata, livelli, pH e altri parametri rilevabili in linea permettono di collegare le variazioni dell’acqua alle fasi produttive che le generano.
Il monitoraggio non sostituisce le analisi di laboratorio, né consente di misurare ogni contaminante. Offre però una continuità di osservazione utile per ricostruire l’andamento del processo e riconoscere fenomeni ricorrenti. Per l’impresa, questo significa intervenire con maggiore precisione sul trattamento. Per il gestore, significa ricevere uno scarico le cui variazioni sono state almeno in parte identificate e governate prima dell’ingresso nella rete.
Una volta raggiunta una qualità adeguata, parte dell’acqua trattata può essere valutata anche per un nuovo utilizzo nello stabilimento. La fattibilità dipende dall’impiego previsto. Ogni processo richiede caratteristiche differenti e il trattamento deve essere progettato sulla qualità necessaria all’utilizzo successivo.
Nell’Unione europea viene riutilizzato ogni anno circa un miliardo di metri cubi di acque reflue urbane trattate, mentre la Commissione europea stima un potenziale circa sei volte superiore. Il dato riguarda il comparto urbano e non può essere trasferito direttamente al riuso industriale. Mostra però quanto sia ancora limitata la quota di acqua recuperata dopo il trattamento.
Per le imprese il riuso può ridurre il ricorso a nuova risorsa e, in alcune configurazioni, anche i volumi destinati allo scarico. Richiede una matrice compatibile, un utilizzo ben definito e una qualità stabile nel tempo. Affrontiamo più estesamente questo tema nell’articolo dedicato alla progettazione dei sistemi di riuso industriale.
La relazione tra impresa e multiutility non prende forma soltanto quando il refluo raggiunge la fognatura. Le sue condizioni vengono determinate prima, dalle lavorazioni e dalle scelte con cui lo stabilimento gestisce l’acqua utilizzata. Caratterizzare le correnti, individuare i picchi e trattare le componenti più critiche significa arrivare al punto di scarico con una conoscenza più precisa del refluo.
Il gestore riceve poi quell’acqua all’interno di un sistema più ampio, insieme agli scarichi delle altre utenze. A quel livello, riconoscere l’origine di una singola sostanza o di una variazione diventa più complesso. Iride Acque interviene nel tratto della filiera precedente, progettando impianti per reflui industriali e integrando il trattamento con strumenti di controllo. Il caso Panama Trimmings mostra il principio operativo: partire dalle caratteristiche dell’acqua realmente prodotta e costruire attorno a esse la configurazione impiantistica.
Per l’impresa significa gestire lo scarico sulla base del proprio processo. Per la multiutility vuol dire ricevere un refluo le cui criticità sono state affrontate quando erano ancora riconducibili a una fonte precisa.
I dati sul numero, sulla tipologia e sulla capacità degli impianti italiani di depurazione delle acque reflue urbane sono tratti dal report Istat Le statistiche sull’acqua – Anni 2020-2024, pubblicato nel marzo 2025.
I dati sulla spesa nazionale per la gestione delle acque reflue e sulla sua distribuzione tra imprese, famiglie e Pubblica amministrazione provengono dal focus Istat pubblicato in occasione della Giornata mondiale dell’acqua 2026.
Le informazioni sugli investimenti programmati nel servizio idrico integrato per il periodo 2024-2029, sul campione degli operatori considerati e sulle quote destinate alla qualità dell’acqua depurata e all’adeguamento delle reti fognarie sono tratte dalla Relazione annuale ARERA 2025.
La stima del volume di acque reflue urbane trattate riutilizzato ogni anno nell’Unione europea e del relativo potenziale è fornita dalla Commissione europea nella sezione dedicata al riuso dell’acqua.
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