Quando si parla di riuso industriale delle acque, il dibattito tende a concentrarsi sulle grandi cifre del consumo idrico o sugli obblighi normativi. Eppure, ciò che sta emergendo con forza a livello europeo è un aspetto diverso: la possibilità di integrare il riuso direttamente nei processi produttivi, trasformando i reflui in una risorsa interna capace di alimentare cicli di raffreddamento, lavaggi, linee tecnologiche progettate in modo strategico e persino processi complessi come l’industria tessile o chimica. «Il riuso industriale delle acque non è più un tema residuale: rappresenta un vero cambio di paradigma: l’acqua smette di essere solo un costo di gestione per diventare un fattore di competitività e resilienza per le imprese» commenta Alì Toosi, Technical Engineer in Iride Acque.
Negli ultimi anni, la ricerca ha aperto strade innovative non solo sul piano delle tecnologie, dai catalizzatori avanzati alle membrane di ultima generazione, ma anche per ciò che concerne il modello stesso di impianto: più modulare, compatto e adattabile alle strutture esistenti. Questo approccio riduce i costi di investimento e consente anche alle piccole e medie imprese di avviare percorsi incentrati sull’economia circolare, senza che vi sia la necessità di costruire da zero grandi infrastrutture.
Al tempo stesso, il tema del riuso industriale si sta intrecciando con logiche di finanziamento e attrattività del capitale. Il successo di iniziative come i bandi europei dedicati alla water resilience o i programmi di investimento privato in soluzioni per il trattamento dei reflui dimostrano che l’acqua, da semplice voce di costo, sta diventando una leva di competitività e innovazione.
Il riuso industriale delle acque si distingue nettamente da quello agricolo, più regolamentato e spesso al centro delle politiche pubbliche. Non stiamo parlando di irrigare i campi, ma di reinserire l’acqua trattata all’interno dei processi produttivi, con standard qualitativi elevati ma che devono essere calibrati sulla base del tipo di industria e dell’uso specifico dei reflui.
Le applicazioni spaziano notevolmente: si va dai cicli di raffreddamento nelle centrali energetiche o negli impianti metallurgici, ai lavaggi e risciacqui nell’industria agroalimentare, fino al riutilizzo diretto nelle lavorazioni tessili e chimiche, dove il fabbisogno idrico è particolarmente elevato. In questi casi, il riuso non è un’alternativa residuale ma una vera risorsa che permette di ridurre drasticamente i prelievi da falde o reti acquedottistiche.
Il punto cruciale è che ogni settore ha esigenze diverse: un’acqua depurata per il raffreddamento può avere standard meno stringenti rispetto a quella usata nel contatto con alimenti o prodotti destinati al consumo umano. Per questo motivo, i sistemi di trattamento devono essere progettati in modo mirato, con livelli di affinamento variabili e soluzioni tecnologiche differenziate.
Al di là della definizione tecnica, ciò che rende interessante il riuso industriale è la sua natura “circolare”: un impianto non si limita a trattare i reflui per scaricarli in conformità normativa, ma li trasforma in una materia prima secondaria utile all’impresa stessa o, in alcuni casi, ad altre aziende vicine. È in questa prospettiva che il riuso industriale si collega al paradigma della simbiosi industriale, dove gli scarti di un processo diventano input per un altro, creando un sistema produttivo più resiliente ed efficiente.
Il comparto agroalimentare è tra i più sensibili al tema del riuso, perché l’acqua è utilizzata non solo come “ingrediente”, ma anche nei cicli di lavaggio e sanificazione. Qui i sistemi di affinamento devono rispettare standard elevatissimi per garantire sicurezza e conformità normativa. In diversi stabilimenti europei, l’impiego di acque reflue trattate nei cicli di raffreddamento o per usi non a contatto diretto con l’alimento ha già permesso di ridurre in modo significativo i prelievi da falda. In alcuni casi, come documentano alcuni progetti pilota in Spagna che impiegano sistemi di ultrafiltrazione combinata a ozonizzazione, i costi operativi sono scesi fino al 39% rispetto ai trattamenti terziari convenzionali, dimostrando che il riuso può essere non solo sostenibile ma anche competitivo.
Nell’industria tessile, l’acqua è un elemento strutturale: tinture, lavaggi e finissaggi comportano consumi idrici molto elevati. Un esempio significativo è il progetto europeo EColoRO che ha coinvolto stabilimenti in Belgio, Germania e Italia, tra cui Tintoria Pavese. Grazie a una combinazione di processi elettrochimici e membrane (ultrafiltrazione e osmosi inversa), è stato possibile riusare fino al 70% delle acque reflue per i cicli di lavaggio, riducendo il fabbisogno complessivo di acqua dolce di circa il 60%. Risultati che mostrano come il riuso non sia più una prospettiva sperimentale, ma una soluzione già pronta a entrare stabilmente nelle filiere produttive.
I comparti chimico e metallurgico richiedono grandi volumi d’acqua, soprattutto per operazioni di raffreddamento e produzione di vapore. In questi settori, l’acqua non deve avere la purezza richiesta per usi alimentari, e può quindi essere reinserita nei processi con trattamenti “meno spinti” ma comunque sicuri. Esperienze in Svizzera, come quella dell’impianto di Altenrhein, dimostrano che l’integrazione di ozonizzazione e carbone attivo granulare (GAC) consente di rimuovere inquinanti emergenti e di produrre effluenti riutilizzabili con standard elevati, aprendo la strada a modelli di riuso sicuri anche per processi industriali complessi.
Il quadro normativo sul riuso delle acque reflue è oggi molto più sviluppato in agricoltura che nell’industria. A livello europeo, il riferimento principale è il Regolamento (UE) 2020/741, in vigore dal giugno 2023, che stabilisce criteri minimi per il riuso in irrigazione. Per l’ambito industriale, invece, non esiste ancora una cornice unica: gli Stati membri applicano norme nazionali o regionali, con differenze significative nei limiti di qualità e nei requisiti autorizzativi.
In Italia, il riuso industriale si inquadra nel D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale), che fissa limiti allo scarico e distingue tra recapito in corpi idrici superficiali, suolo o fognatura. Alcune Regioni hanno adottato linee guida specifiche per autorizzare il riuso a fini produttivi, purché sia dimostrata la compatibilità con i cicli industriali e con la tutela ambientale. Questo approccio “caso per caso” permette sperimentazioni ma genera incertezza normativa per le imprese.
A livello europeo, il tema è tornato al centro con la Strategia Water Resilience presentata nel 2025, che invita gli Stati membri a sviluppare schemi di riuso non solo agricoli ma anche industriali, promuovendo tecnologie innovative e partenariati pubblico-privati. In parallelo, la revisione della Direttiva sulle acque reflue urbane (UWWTD), entrata in vigore il 1° gennaio 2025, introduce per i grandi impianti il trattamento quaternario obbligatorio per i microinquinanti e apre la strada a scenari di riuso più avanzati, anche in ambito industriale.
Il quadro internazionale offre spunti interessanti. Negli Stati Uniti, ad esempio, il disegno di legge bipartisan Advancing Water Reuse Act (H.R. 2940), presentato nel 2023, prevede un credito d’imposta del 30% per le imprese che investono in sistemi di riuso industriale. Una misura che, se approvata, creerebbe un vantaggio competitivo per le aziende americane, mentre in Europa mancano ancora strumenti fiscali diretti, nonostante i fondi europei e la BEI sostengano già investimenti per 15 miliardi di euro nel settore idrico.
Il trattamento delle acque industriali non può limitarsi ai soli processi di depurazione e trattamento tradizionali. Se sedimentazione, filtrazione e trattamenti biologici rappresentano una base indispensabile, la complessità dei reflui, che possono contenere solventi, coloranti, metalli pesanti o sostanze organiche non biodegradabili, richiede soluzioni più avanzate. È qui che entrano in gioco le tecnologie di affinamento, oggi considerate fondamentali per rendere possibile un riuso sicuro e sostenibile.
Tra le più diffuse ci sono le membrane a pressione, come l’osmosi inversa e la nanofiltrazione, già applicate con successo in settori come quello tessile e agroalimentare. Un esempio concreto lo abbiamo già citato: EColoRO.
Ultrafiltrazione e microfiltrazione sono spesso utilizzate come step intermedi, adatti a produrre acqua di qualità sufficiente per cicli di raffreddamento o lavaggi industriali. Questi sistemi hanno costi operativi relativamente contenuti e rappresentano un primo passo verso il riuso interno anche per imprese di dimensioni medio-piccole.
In scenari più complessi, trovano spazio tecnologie ad alta intensità come l’evaporazione e la distillazione, spesso adottate in comparti con reflui ad elevata salinità, come la metallurgia. Pur richiedendo consumi energetici maggiori, permettono di recuperare acqua con elevata purezza e, in alcuni casi, anche sottoprodotti utili da reimmettere nei cicli industriali.
Un ruolo sempre più rilevante è giocato dai processi di ossidazione avanzata (AOP), che comprendono ozonizzazione, combinazioni UV/perossido e fotocatalisi. Queste tecniche sono particolarmente efficaci per abbattere microinquinanti organici persistenti, dai residui farmaceutici ai pesticidi e sono già state adottate in impianti europei per produrre effluenti destinati al riuso. L’esperienza svizzera di Altenrhein, che ha integrato ozono e carbone attivo granulare come quarto stadio (quello per trattare i microinquinanti), è un caso emblematico: la linea ha consentito di ridurre la concentrazione di sostanze critiche e di garantire standard di qualità dell’acqua idonei anche per applicazioni industriali.
Accanto a queste soluzioni consolidate, si stanno diffondendo approcci più innovativi. Alcuni progetti pilota europei hanno sperimentato reattori catalitici eterogenei per aumentare l’efficacia dell’ossidazione, con risultati promettenti su composti difficili come i PFAS. In parallelo, cresce l’interesse per impianti modulari e compatti, pensati per essere integrati in siti produttivi già esistenti: un modello che abbassa la soglia di ingresso per le PMI, consentendo di avviare percorsi di circolarità senza dover investire in infrastrutture complesse e costose.
In sintesi, il ventaglio di tecnologie oggi disponibile permette di costruire soluzioni su misura per i diversi comparti industriali. La sfida, sempre più spesso, non è di natura tecnica, ma riguarda la capacità di combinare più strumenti, come membrane, ossidazioni, sostanze assorbenti e sistemi modulari, in un’unica linea di trattamento, bilanciando prestazioni, costi e affidabilità. «Le soluzioni oggi disponibili, dalle membrane ai processi di ossidazione avanzata, consentono di disegnare linee di trattamento su misura. La sfida non è più tecnica – sottolinea Alì Toosi – ma di governance: è fondamentale riuscire ad integrare più tecnologie in modo efficiente e sostenibile».
Il riuso industriale delle acque non è soltanto una misura ambientale: per le imprese può tradursi in un insieme di benefici concreti che toccano aspetti economici, operativi e reputazionali.
Il primo e più immediato vantaggio riguarda i costi di approvvigionamento. Nei settori a forte intensità idrica, come tessile e agroalimentare, ridurre la dipendenza da falde o reti acquedottistiche significa abbattere le spese legate ai prelievi e alle tariffe.
Un secondo elemento riguarda la resilienza operativa. La crescente pressione sugli ecosistemi idrici, con fenomeni di siccità e restrizioni d’uso, rende le aziende più esposte a rischi di fermo produzione. Il riuso interno dei reflui trattati riduce questa vulnerabilità, garantendo continuità ai processi anche in contesti di scarsità idrica. È un fattore che in alcune aree europee, come Spagna e Portogallo, è già diventato determinante per la competitività delle imprese.
Ci sono poi i vantaggi reputazionali e di conformità ESG. Gli investitori e i consumatori sono sempre più attenti alla gestione delle risorse naturali, e l’adozione di pratiche di economia circolare come il riuso idrico contribuisce a rafforzare la credibilità ambientale delle aziende. Non a caso, in Italia e in altri Paesi europei, diversi progetti pilota sono stati finanziati non solo con fondi pubblici ma anche con capitali privati attratti dal potenziale innovativo del settore. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, l’integrazione di tecnologie per il riuso e la riduzione dei microinquinanti può diventare uno degli indicatori chiave nelle strategie industriali per la neutralità climatica entro il 2050.
Infine, va considerato il vantaggio competitivo di lungo periodo. In mercati globali sempre più regolati e attenti alla sostenibilità, le imprese che adottano sistemi di riuso idrico anticipano standard che presto potrebbero diventare obbligatori. Questo consente non solo di evitare il rischio di non conformità, ma anche di posizionarsi come pionieri in un ambito che unisce innovazione tecnologica, governance responsabile e competitività industriale. «I nuovi modelli modulari e compatti – spiega l’Ing. Toosi – abbassano la soglia di ingresso: anche le piccole e medie imprese possono avviare percorsi di circolarità senza dover investire in infrastrutture complesse».
Anche in Italia non mancano segnali incoraggianti: il progetto VALUE CE-IN, coordinato da ENEA, ha mostrato come i reflui urbani e industriali possano diventare risorsa per sistemi di microirrigazione intelligente, con benefici sia per le colture sia per l’ottimizzazione dei nutrienti. Questi esempi dimostrano che la collaborazione tra enti di ricerca, utility e imprese può tradursi in soluzioni operative e replicabili.
«La Strategia Water Resilience e la revisione della Direttiva UWWTD ci dicono chiaramente che il riuso non è un’opzione futura, ma un requisito che plasmerà la manifattura europea dei prossimi decenni» conclude Toosi.
SEDE LEGALE
Strada della Repubblica, 41 | 43121 Parma (PR)
+39 0521 1683328
SEDE OPERATIVA
Via Turati, 24 | 20831 Seregno (MB)
+39 0362 865413 | info@irideacque.com
DUBAI (EAU)
48 Burj Gate, 10th Floor, room #1001, Downtown
+971 4 321 62 60
ABU DHABI
7th Floor – CI Tower – khalidiya Area