La domanda di cotone con alta solidità tintoriale cresce, i grandi brand alzano le specifiche sui lavaggi e sulla tenuta del colore, e le tintorie rispondono aumentando la quota di lavorazioni con coloranti reattivi, che su fibra cellulosica garantiscono i migliori risultati.
I coloranti reattivi però richiedono concentrazioni elevate di cloruro di sodio per fissarsi sulla fibra cellulosica: nelle ricette di tintura si lavora con quantità dell’ordine dei 50–80 grammi per litro, a volte anche di più. Queste concentrazioni, scaricate nel bagno esausto, arrivano all’impianto di trattamento dei reflui in quantità tali da essere troppo per un impianto biologico convenzionale. I batteri coinvolti nella degradazione della sostanza organica, infatti, sono sensibili alla variazione osmotica. Sopra certe soglie di cloruri, la loro efficienza cala in modo misurabile.
Tintoria Emiliana, azienda modenese specializzata nella tintura del capo d’abbigliamento già assemblato, ha affrontato questa stessa dinamica quando ha aumentato i volumi di lavorazione del cotone con reattivi.
L’impianto biologico è la tecnologia di riferimento per il trattamento delle acque reflue tessili, in Emilia-Romagna e in tutta Italia. Gestisce la sostanza organica, riduce COD (Domanda Chimica di Ossigeno), BOD (Domanda Biochimica di Ossigeno) e solidi sospesi, e consente di scaricare entro i limiti fissati dal D.Lgs. 152/2006. Il cloruro di sodio, però, non rientra in questo perimetro: transita nell’impianto senza essere degradato. «Abbiamo aumentato tanto la produzione di coloranti reattivi per tingere il cotone, che utilizzano altissime concentrazioni di sale», spiega Roberto Lodi, titolare di Tintoria Emiliana. «Queste fanno sì che il depuratore biologico non sia così efficiente.»
Ad alte concentrazioni, tipicamente oltre i 5–8 g/L di cloruri, i sali disciolti iniziano a inibire i microrganismi responsabili della nitrificazione e della degradazione organica, con conseguente aumento dei valori in uscita e difficoltà di conformità ai limiti di scarico.
L’approccio tradizionale in questi casi è la diluizione: abbassare la concentrazione in ingresso mescolando i reflui salini con acque a basso carico. Diluire significa consumare più acqua, generare volumi maggiori da trattare e smaltire, e spostare il problema invece di risolverlo.
La collaborazione tra Iride Acque e Tintoria Emiliana è partita da un obiettivo che l’azienda modenese inseguiva da anni: recuperare acqua dal processo produttivo. «Da anni provavamo a recuperare acqua, ma non avevamo mai trovato una soluzione economicamente sostenibile», ricorda Lodi. «Quello che è uscito dalla collaborazione è stato togliere il fuoco dalla gestione della sola acqua e concentrarsi sul recupero di acqua e anche di altri componenti, in questo caso il sale. È stata questa la chiave di volta.»
Il cambio di prospettiva è arrivato quando l’analisi si è spostata dal volume d’acqua al contenuto del refluo. L’acqua esausta di una tintura reattiva non è solo “acqua sporca”: è una soluzione concentrata di cloruro di sodio, un componente che ha un prezzo e che viene acquistato in grandi quantità ogni anno. Recuperarlo significa ridurre direttamente i costi operativi.
L’impianto non punta a recuperare acqua generica: separa il refluo in due frazioni distinte, cioè acqua reimmessa nel ciclo produttivo e concentrato salino riutilizzabile direttamente in tintura. La tecnologia di separazione è basata su membrane, con osmosi inversa come stadio centrale: la membrana lascia passare l’acqua e trattiene i sali disciolti, producendo un permeato pulito e un concentrato ricco di NaCl.
L’impianto installato a Modena lavora sui bagni esausti di tintura reattiva prima che entrino nel biologico. Il flusso viene pre-trattato per rimuovere i coloranti residui e i solidi in sospensione, quindi alimentato all’unità a membrane.
Il permeato (acqua con concentrazione salina molto ridotta) viene reimmesso nel processo o avviato al biologico con un carico compatibile con l’attività batterica. Il concentrato viene valorizzato come sorgente di sale recuperato, sottraendo al ciclo produttivo una quota significativa degli acquisti annuali.
Circa l’80% dei sali di tintura viene recuperato. Su base annua, per un’azienda con i volumi di Tintoria Emiliana, si tratta di tonnellate di cloruro di sodio che escono dal ciclo degli acquisti. Con meno cloruri in ingresso al biologico, i parametri microbiologici si stabilizzano, i valori in uscita migliorano e i costi di gestione del trattamento scendono.
A circa tre anni dall’avvio, Tintoria Emiliana può tracciare un bilancio positivo. L’azienda aderisce al programma ZDHC Roadmap to Zero, standard internazionale per il controllo delle sostanze chimiche negli scarichi tessili che va oltre i limiti fissati dal D.Lgs. 152/2006: un contesto di partenza già esigente, che rende i risultati ancora più significativi.
Per Tintoria Emiliana si trattava del primo impianto sviluppato per questa specifica applicazione, con una fase di messa a punto più lunga rispetto a tecnologie già consolidate. «Quando si fa un investimento del genere si ha sempre paura che non abbia il rientro nei tempi o nei termini giusti», ammette Lodi. «In questo caso è andata bene, anche meglio di tante aspettative. L’impianto si è praticamente ripagato con il risparmio dell’acquisto del sale e anche sul biologico abbiamo dei buonissimi risultati.»
Il distretto tessile emiliano, con la sua concentrazione di tintorie, finissaggi e lavorazioni in capo tra Modena, Carpi e Bologna, condivide le stesse caratteristiche produttive. La domanda di cotone tinto con reattivi è una tendenza consolidata, trainata dall’abbigliamento casual e dalla richiesta di colori ad alta solidità su fibre naturali: il problema del carico salino nei reflui è strutturale al processo, e si ripresenta ogni volta che i volumi crescono, indipendentemente dalle dimensioni dell’azienda.
Le tintorie che operano con autorizzazioni allo scarico in acque superficiali o in fognatura devono rispettare i limiti sui cloruri fissati dalla normativa nazionale (D.Lgs. 152/2006, Tabella 3 e 4, Allegato 5 alla Parte Terza) e dalle eventuali prescrizioni regionali. In Emilia-Romagna, dove la pressione idrica sui corsi d’acqua è già elevata, la gestione del carico salino nei reflui di tintoria è un tema destinato a entrare sempre più nelle istruttorie autorizzative.
Concentrare il refluo salino invece di diluirlo, separare il sale invece di smaltirlo: la logica applicata a Modena non è legata a una tecnologia esclusiva, ma a un cambio di inquadratura del problema. Le tintorie dell’area emiliana che riconoscono questo scenario nei propri processi possono richiedere una valutazione tecnica preliminare per verificare la fattibilità e stimare i tempi di ritorno specifici per il loro ciclo produttivo.
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