Per un’impresa industriale, scaricare in fognatura non significa semplicemente convogliare l’acqua usata verso un depuratore: significa entrare nella filiera delle multiutility o dei gestori del servizio idrico. Variazioni di portata, composizione o concentrazione dello scarico possono incidere sulla rete, sull’impianto di trattamento e sulla qualità dell’acqua restituita all’ambiente.
In questo passaggio si colloca il lavoro di un’azienda specializzata nel trattamento dei reflui industriali. Progettare un impianto o abbattere un parametro fuori limite è solo una parte dell’intervento. L’obiettivo è rendere lo scarico compatibile con il sistema che lo riceverà, tenendo sotto controllo carichi, sostanze presenti, volumi e oscillazioni legate alla produzione.
Per la filiera delle multiutility, gli scarichi industriali sono una componente delicata del ciclo idrico. Possono differire sensibilmente dai reflui civili per concentrazione degli inquinanti, presenza di sostanze poco biodegradabili, metalli, tensioattivi, solventi o sali. Inoltre, possono cambiare rapidamente: basta un nuovo prodotto, una modifica ai lavaggi, una lavorazione stagionale o un picco produttivo.
Pensare che la fognatura possa assorbire qualsiasi refluo, purché l’azienda disponga di un allaccio, è un errore ancora oggi piuttosto diffuso.
Gli scarichi industriali devono rispettare limiti e condizioni imposti per legge. Conta però anche la loro compatibilità effettiva con il sistema di fognatura e depurazione. Il regolamento del servizio idrico di Gruppo CAP, per esempio, specifica che l’allaccio degli scarichi industriali alla pubblica fognatura è subordinato a caratteristiche qualitative e quantitative compatibili con il buon funzionamento dell’intero sistema.
Un refluo può risultare conforme in un campionamento puntuale e creare comunque difficoltà se arriva con portate molto concentrate, forti sbalzi di pH, carichi organici discontinui o sostanze che interferiscono con il trattamento biologico.
Per questo il confronto tra industria, gestore e azienda tecnologica deve iniziare prima dello scarico. Occorre capire da quale fase produttiva proviene l’acqua, quali sostanze entrano nel ciclo, quando si verificano i picchi e che qualità deve avere il refluo prima di essere inviato in rete o a un trattamento esterno.
Un depuratore che riceve prevalentemente reflui civili lavora su una matrice relativamente prevedibile. Gli scarichi industriali richiedono invece una gestione più attenta, perché possono modificare l’equilibrio chimico e biologico su cui si basa il processo.
In alcuni casi è sufficiente un pretrattamento mirato all’interno dello stabilimento: neutralizzazione, separazione di oli, rimozione dei solidi sospesi, abbattimento di metalli, equalizzazione delle portate o riduzione del carico organico. In altri, la matrice richiede linee dedicate e tecnologie più specifiche.
Un esempio concreto arriva dal comprensorio chimico-industriale di Ravenna. L’impianto TAS del Gruppo Hera riceve reflui industriali provenienti dagli impianti del polo chimico attraverso una rete dedicata. La linea di trattamento comprende interventi per separare i solidi sospesi, abbattere i metalli e ridurre una quota del carico organico prima delle successive fasi di depurazione.
Non si tratta del caso ordinario di uno scarico industriale immesso nella pubblica fognatura, è un’infrastruttura dedicata al trattamento di reflui industriali e rifiuti liquidi. È comunque un esempio utile perché mostra come, quando la matrice è complessa e i volumi sono rilevanti, il trattamento non possa essere affrontato con una soluzione standard. Diventa parte dell’infrastruttura industriale e territoriale, con effetti diretti sulle condizioni di esercizio dell’intero sistema.
Per la filiera delle multiutility, un pretrattamento industriale efficace contribuisce a stabilizzare ciò che arriva al depuratore.
Un refluo più omogeneo rende più controllabile il trattamento biologico, limita il ricorso a interventi correttivi e può attenuare gli effetti dei picchi improvvisi. È un tema particolarmente rilevante nei comparti in cui le acque di processo cambiano durante la giornata o tra una produzione e l’altra. Parliamo ad esempio dei comparti tessile, metalmeccanico, chimico, cosmetico, farmaceutico e alimentare.
Le conseguenze non riguardano soltanto la qualità dell’acqua. Una matrice mal gestita può richiedere più reagenti, aumentare i consumi energetici e produrre una maggiore quantità di fanghi. Ciò che accade dentro uno stabilimento industriale può quindi incidere sui costi e sulle prestazioni di un impianto situato anche a molti chilometri di distanza.
Un secondo esempio è l’Impianto di Trattamento Fanghi Industriali di Bologna, gestito da Herambiente e situato accanto al depuratore IDAR. La struttura è dedicata al trattamento di rifiuti liquidi e fanghi industriali e dispone di linee chimico-fisiche per percolati e matrici industriali. Una di queste può essere utilizzata, quando necessario, per rifiuti con elevate concentrazioni di tensioattivi attraverso processo Fenton.
Prima dell’invio al trattamento biologico del depuratore, i liquami vengono stoccati, sottoposti a prelievi e controlli analitici e trattati con processi chimico-fisici. Il caso evidenzia una logica precisa: quando una matrice non è adatta a essere trasferita direttamente alla fase biologica, servono caratterizzazione, equalizzazione e pretrattamento.
Anche questo esempio non coincide con la gestione ordinaria di uno scarico industriale in pubblica fognatura. Resta però utile perché chiarisce un principio applicabile anche alle imprese che producono reflui complessi: parte della criticità deve essere affrontata prima che il refluo raggiunga il trattamento a valle.
Per un’azienda specializzata nei reflui industriali, il rapporto con la filiera delle multiutility richiede anche una cultura del dato. Bisogna sicuramente capire se uno scarico supera o meno un limite ma anche come varia nel tempo.
Portata, pH, conducibilità, COD, solidi sospesi, metalli e altri parametri rilevanti possono assumere significati diversi a seconda della matrice e delle autorizzazioni legate a ciò che contiene. Il monitoraggio consente di individuare anomalie, collegarle a specifiche fasi di lavorazione e intervenire prima che si riflettano sulla filiera idrica.
La domanda di autorizzazione allo scarico richiede di descrivere caratteristiche qualitative e quantitative del refluo, volume annuo, sistema di misurazione dei flussi, apparecchiature utilizzate e sistemi di depurazione previsti. Lo scarico non è quindi un elemento isolato: deriva da un processo produttivo, da una configurazione impiantistica e da modalità di gestione che devono poter essere documentate.
In questo scenario, telecontrollo, automazione e analisi periodiche aiutano a rendere visibili variazioni che altrimenti emergerebbero soltanto in caso di anomalia: un lavaggio più concentrato, una modifica nelle materie prime, un dosaggio non corretto o un aumento improvviso dei volumi.
La qualità dell’acqua depurata è uno degli aspetti regolati da ARERA per i gestori del servizio idrico. Il macro-indicatore M6 misura il tasso di superamento dei limiti nei campionamenti dell’acqua reflua scaricata dagli impianti di depurazione.
Parallelamente, la Direttiva europea 2024/3019 sul trattamento delle acque reflue urbane amplia l’attenzione su prestazioni ambientali, bilanci energetici, emissioni e recupero delle risorse. La normativa riguarda in primo luogo i sistemi urbani, ma conferma una direzione già evidente: gli impianti dovranno essere sempre più efficienti, misurabili e capaci di mantenere prestazioni stabili nel tempo.
Per le aziende industriali questo rende ancora più rilevante la compatibilità dello scarico con la filiera pubblica. Un trattamento progettato correttamente a monte può ridurre il carico sul sistema, favorire la continuità operativa e rendere più leggibili i dati disponibili per gestore e impresa.
Lavorare nel settore delle multiutility, per un’azienda come Iride Acque, significa intervenire nel punto in cui il processo industriale incontra le esigenze della rete e del depuratore che riceveranno lo scarico.
Servono competenze che vanno dall’analisi dei reflui alla progettazione del trattamento, senza trascurare automazione e gestione dei picchi, fino al controllo di consumi, reagenti e fanghi. Le soluzioni cambiano in base al settore, al processo produttivo e alle caratteristiche del refluo. Rimane però una condizione comune: la stabilità del trattamento a valle dipende anche da come lo scarico viene gestito a monte.
È nello stabilimento che si definiscono molte delle condizioni con cui rete e depuratore dovranno lavorare. Leggere bene il refluo e progettare un trattamento adatto al contesto di destinazione permette di evitare che le criticità vengano semplicemente spostate più avanti nella filiera.
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