La gestione delle acque reflue nel settore chimico-farmaceutico dipende soprattutto dalla composizione degli scarichi, spesso caratterizzati da solventi, intermedi di sintesi e residui di principi attivi con diversa biodegradabilità. In questo comparto industriale, il trattamento dei reflui è più difficile da standardizzare e condiziona direttamente la stabilità operativa di un impianto.
La composizione degli scarichi, inoltre, cambia nel tempo, a seconda dei cicli produttivi e delle variazioni nella formulazione di molecole e principi attivi. Questa variabilità introduce discontinuità nei carichi in ingresso ai sistemi di trattamento, che devono adattarsi a matrici con caratteristiche chimico-fisiche diverse, anche nell’arco della stessa giornata.
La gestione delle acque reflue incide su tre aspetti operativi: rispetto dei limiti previsti dalle autorità, continuità della produzione e controllo dei costi. Quando uno di questi elementi non è più sotto controllo o viene meno, l’impatto si estende rapidamente al funzionamento complessivo dell’impianto.
La gestione degli scarichi nel settore chimico-farmaceutico è disciplinata in Italia dal Decreto Legislativo 152/2006, che recepisce e integra il quadro europeo definito dalla Direttiva 2000/60/CE e dalla Direttiva 2010/75/UE.
L’aggiornamento periodico della Watch List europea – l’elenco delle sostanze emergenti da monitorare prima di una eventuale regolazione – introduce ulteriori composti, tra cui diversi principi attivi farmaceutici. Si tratta di una lista di sostanze emergenti da monitorare nelle acque europee, perché potrebbero rappresentare un rischio ambientale o sanitario, per le quali però non ci sono ancora dati sufficienti per fissare limiti normativi definitivi.
Nel comparto farmaceutico, l’attenzione si concentra sempre più sui microinquinanti. Secondo l’European Environment Agency, i residui di farmaci sono stati rilevati in fiumi, laghi e acque costiere, in diversi contesti europei, e rientrano tra i contaminanti emergenti più rilevanti per la qualità delle acque superficiali. Si tratta in particolare di antibiotici, analgesici e ormoni, la cui presenza è stata documentata in numerosi bacini idrografici.
Un elemento critico è rappresentato dalle concentrazioni: questi composti sono spesso presenti nell’ordine dei nanogrammi o microgrammi per litro (ng/L–µg/L), valori molto bassi ma non trascurabili. Studi pubblicati su riviste come Environmental Science & Technology e Science of the Total Environment hanno evidenziato che anche a questi livelli possono verificarsi effetti sugli organismi acquatici, tra cui alterazioni endocrine nei pesci, effetti sub-letali sulla fauna e contributo allo sviluppo di resistenze agli antibiotici.
Un caso particolarmente significativo riguarda l’etinilestradiolo (EE2), un ormone sintetico utilizzato nei contraccettivi, per il quale sono stati osservati effetti sugli ecosistemi acquatici già a concentrazioni estremamente basse, nell’ordine di 0,035 ng/L. Questo dato evidenzia come, nel caso dei microinquinanti farmaceutici, la soglia di rilevanza ambientale sia molto più bassa rispetto agli inquinanti tradizionali.
Gli scarichi provenienti da processi chimico-farmaceutici presentano una combinazione di sostanze con proprietà molto diverse: composti facilmente biodegradabili, molecole persistenti, residui tossici e intermedi di reazione.
In un impianto che alterna la produzione di antibiotici e farmaci oncologici, ad esempio, il cambio di linea può modificare in modo significativo la composizione delle acque reflue. La letteratura evidenzia come questa discontinuità sia una caratteristica strutturale del settore: a un lotto con carico organico più trattabile può seguirne uno con composti difficilmente degradabili.
Un sistema biologico dimensionato su un determinato carico può quindi trovarsi a operare fuori dalle condizioni ottimali, soprattutto quando variazioni nella composizione dello scarico introducono composti meno biodegradabili o sostanze con effetto inibente sull’attività biologica del reattore, cioè in grado di rallentare o compromettere i processi di degradazione.
Le caratteristiche degli scarichi rendono spesso insufficienti i trattamenti biologici convenzionali. I residui di principi attivi farmaceutici, progettati per mantenere stabilità chimica e attività biologica, risultano poco degradabili nei processi standard. Studi pubblicati su Water Research mostrano che una parte di questi composti può attraversare gli impianti senza essere completamente rimossa.
Per gestire questa criticità, gli impianti più avanzati adottano configurazioni multi-stadio, cioè combinano più fasi di trattamento in sequenza, ciascuna progettata per rimuovere specifiche tipologie di contaminanti. I bioreattori a membrana (MBR), ad esempio, migliorano la separazione dei solidi e la qualità dell’effluente, ma devono essere integrati con trattamenti specifici per i microinquinanti.
I processi di ossidazione avanzata consentono di degradare molecole persistenti attraverso reazioni radicaliche, mentre l’adsorbimento su carbone attivo permette di trattenere i composti residui non rimossi nelle fasi precedenti. La combinazione di queste tecnologie consente di adattare il trattamento alla variabilità della matrice in ingresso.
Le criticità emergono spesso sotto forma di instabilità del processo, come raccontiamo spesso su queste pagine. Variazioni improvvise nel carico organico, nel pH o nella composizione chimica degli scarichi possono compromettere l’attività biologica e ridurre l’efficienza complessiva del sistema.
Queste condizioni richiedono interventi correttivi, aumento dei consumi energetici o, nei casi più critici, fermate temporanee. Il trattamento delle acque diventa così un fattore che incide direttamente sulla continuità produttiva.
I costi associati non riguardano solo l’investimento iniziale, ma comprendono gestione operativa, manutenzione, analisi di laboratorio e smaltimento dei fanghi. La capacità di mantenere stabile il processo depurativo è quindi un elemento determinante per il controllo economico dell’impianto.
La possibilità di riutilizzare le acque trattate sta acquisendo rilevanza anche nel settore industriale. Il Regolamento (UE) 2020/741 promuove il riuso in diversi ambiti, introducendo un quadro di riferimento per la qualità dell’acqua recuperata.
In ambito chimico, l’acqua trattata può essere destinata a usi interni come raffreddamento o lavaggi. Nel farmaceutico, invece, i requisiti qualitativi sono più restrittivi: la presenza anche minima di residui farmacologicamente attivi richiede livelli di controllo elevati per evitare interferenze con i processi produttivi. Il riuso, quindi, dipende dalla compatibilità tra qualità dell’acqua trattata e utilizzo finale.
Un caso emblematico riguarda l’area industriale di Patancheru, in India, dove è concentrata una parte significativa della produzione farmaceutica globale. Studi pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences hanno documentato concentrazioni estremamente elevate di antibiotici negli effluenti di impianti di trattamento industriale associati alla produzione, con livelli rilevati anche dopo il trattamento e tali da superare quelli riscontrati nel sangue di pazienti in terapia.
Questo caso evidenzia un aspetto cruciale: quando gli scarichi contengono composti progettati per essere stabili e biologicamente attivi, i sistemi convenzionali possono non garantire una rimozione completa. La natura degli inquinanti diventa quindi il fattore determinante nella scelta delle tecnologie di trattamento.
Nel settore chimico-farmaceutico, la gestione delle acque reflue influisce direttamente sul funzionamento dell’impianto. Non riguarda solo la conformità ai limiti di scarico, ma la capacità del sistema di adattarsi a condizioni variabili e mantenere prestazioni stabili nel tempo.
L’evoluzione normativa, la complessità delle matrici e la pressione sulla risorsa idrica stanno spingendo verso soluzioni più integrate, basate su progettazione specifica per il settore e per il mix produttivo, tecnologie avanzate e controllo continuo dei processi. In questo quadro, il trattamento delle acque reflue diventa parte integrante della gestione industriale, con effetti concreti su affidabilità operativa e sostenibilità complessiva.
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