Negli ultimi anni l’impronta idrica industriale, che misura il volume totale di acqua utilizzata lungo un processo produttivo, è entrata stabilmente nei report di sostenibilità delle imprese. Sempre più aziende pubblicano dati sui volumi di acqua prelevati, utilizzati nei processi produttivi e restituiti all’ambiente dopo il trattamento.
Come sappiamo, questa attenzione crescente riflette un cambiamento strutturale. L’acqua non è più considerata solo una risorsa disponibile per i processi industriali, ma un fattore che incide sulla continuità operativa, sui costi e sulla gestione del rischio.
Lo stress idrico crescente in molte aree del mondo e la maggiore pressione normativa stanno spingendo le imprese non solo a monitorare il proprio utilizzo della risorsa, ma a farlo con maggiore precisione. Misurare l’impronta idrica industriale, quindi, è diventato un bisogno sempre più diffuso. La questione che emerge oggi è però più profonda: la misurazione dell’acqua in ingresso e in uscita è sufficiente o è necessario ripensare il modo in cui i processi industriali utilizzano la risorsa?
L’impronta idrica industriale nasce per quantificare l’impatto delle attività economiche sulle risorse idriche. Il concetto include il volume totale di acqua utilizzata lungo un processo produttivo e considera sia i prelievi sia le modalità con cui l’acqua viene restituita all’ambiente.
Questo approccio ha avuto un merito fondamentale: ha reso visibile una dimensione spesso poco considerata nella gestione industriale. In molti stabilimenti l’acqua entra in diverse fasi del processo: raffreddamento degli impianti, lavaggio delle linee produttive, trasporto di materiali, generazione di vapore o trattamento delle materie prime. Analizzare l’impronta idrica industriale permette quindi di ricostruire il ciclo dell’acqua all’interno dell’impianto.
Proprio questo tipo di analisi rappresenta la base per qualsiasi strategia di ottimizzazione della risorsa perché la comprensione dei flussi idrici è il primo passo per progettare sistemi di trattamento e riutilizzo più efficienti.
La diffusione dell’impronta idrica industriale ha migliorato la trasparenza delle informazioni ambientali. Molte aziende, oggi, pubblicano indicatori dettagliati sui consumi d’acqua e sull’intensità idrica delle proprie attività e questo, indubbiamente, è un bene. Il rischio è che questi dati restino confinati nella dimensione del reporting. Quando la misurazione dell’impronta idrica industriale viene utilizzata esclusivamente come indicatore di rendicontazione, il sistema produttivo rimane sostanzialmente invariato. Il dato descrive un impatto, ma non necessariamente contribuisce a modificarlo.
Questo limite è stato evidenziato anche da diverse analisi internazionali sulla gestione della risorsa idrica nelle filiere industriali. Il report “Global Water Report” pubblicato annualmente da CDP, che analizza i dati dichiarati da migliaia di aziende a livello globale, mostra ad esempio che molte imprese monitorano e rendicontano i propri consumi idrici ma non sempre traducono queste informazioni in interventi strutturali sui processi produttivi o sulle infrastrutture idriche.
In altre parole, la misurazione dell’impronta idrica industriale migliora la trasparenza delle informazioni, ma non garantisce automaticamente una trasformazione dei sistemi produttivi. Il reporting può quindi diventare una fotografia del consumo idrico, senza trasformarsi in uno strumento di progettazione dei cicli dell’acqua.
La situazione cambia quando la misurazione dell’impronta idrica industriale viene utilizzata per analizzare i flussi idrici all’interno degli impianti. In questo caso il dato non serve soltanto a quantificare il consumo complessivo di acqua, ma a capire dove e come l’acqua viene utilizzata nel processo produttivo. L’analisi dei flussi permette di individuare le fasi più idro-intensive e di identificare le correnti che possono essere trattate e riutilizzate.
Un esempio spesso citato riguarda l’industria dei semiconduttori. La produzione di microchip richiede grandi quantità di acqua ultrapura utilizzata per il lavaggio dei wafer durante le diverse fasi di lavorazione. Aziende come Intel hanno sviluppato sistemi avanzati di recupero e riutilizzo dell’acqua nei propri stabilimenti. Secondo i dati pubblicati nei report di sostenibilità di aziende come Intel, in diversi siti produttivi è possibile recuperare tra il 60% e l’80% dell’acqua utilizzata nei processi, riducendo significativamente il fabbisogno di prelievo da fonti esterne. Questo tipo di approccio dimostra come la misurazione dell’impronta idrica possa diventare il punto di partenza per riprogettare i cicli idrici industriali.
Anche in Europa la gestione dell’acqua sta diventando una componente strategica della produzione industriale. Nel settore dei semiconduttori, ad esempio, aziende come STMicroelectronics hanno sviluppato sistemi di recupero e riutilizzo delle acque di processo nei propri stabilimenti produttivi. Nei report di sostenibilità dell’azienda vengono descritti programmi di riciclo dell’acqua destinati a ridurre i prelievi da fonti esterne e migliorare l’efficienza idrica dei processi nelle wafer fabs europee.
Questi progetti fanno parte delle strategie di gestione della risorsa idrica descritte nei report di sostenibilità dell’azienda, che prevedono il recupero dell’acqua di processo e la riduzione dei prelievi da fonti esterne.
Dal riuso interno alla chiusura dei cicli dell’acqua
Il cambiamento più significativo nella gestione dell’impronta idrica industriale riguarda il passaggio da modelli lineari a sistemi più circolari. Tradizionalmente l’acqua veniva prelevata da una fonte naturale, utilizzata nel processo produttivo e scaricata dopo il trattamento necessario per rispettare i limiti ambientali. Questo modello rifletteva un contesto in cui la disponibilità della risorsa era considerata relativamente stabile.
Oggi, sempre più imprese stanno adottando strategie di riuso interno dell’acqua. L’acqua trattata può essere reimmessa nei processi per alimentare sistemi di raffreddamento, lavaggi o altre applicazioni tecniche. Un esempio noto riguarda il settore tessile. Il programma Water<Less sviluppato da Levi Strauss & Co. ha permesso di ridurre significativamente il consumo di acqua nelle fasi di finissaggio dei jeans, intervenendo direttamente sulle modalità di lavorazione dei tessuti.
Analogamente, molte aziende del settore alimentare stanno introducendo sistemi di recupero delle acque di processo per ridurre i prelievi da fonti naturali.
Questo passaggio è al centro di molte strategie industriali dedicate alla gestione sostenibile dell’acqua. Abbiamo affrontato questo tema anche nell’articolo dedicato alla circolarità dei cicli idrici industriali
Quando la gestione dell’impronta idrica industriale viene integrata con la progettazione dei cicli idrici, cambia anche il ruolo dell’acqua all’interno dell’impresa. L’acqua non è più soltanto un input di processo o un parametro ambientale da monitorare. Diventa una vera e propria infrastruttura produttiva.
Questo cambiamento è particolarmente evidente nei settori più idro-intensivi, come il tessile, il chimico o l’elettronica. In questi contesti la disponibilità d’acqua e la gestione degli scarichi possono incidere direttamente sulla continuità operativa degli stabilimenti. Per questo motivo sempre più imprese stanno integrando la gestione dell’impronta idrica nelle strategie di progettazione degli impianti e nei sistemi di gestione ambientale.
Il dibattito sull’impronta idrica industriale si trova oggi in una fase di evoluzione. Negli anni passati la priorità era rendere visibile il consumo di acqua nei processi produttivi. Oggi la sfida è trasformare queste informazioni in strumenti di progettazione industriale.
La misurazione resta un passaggio essenziale. Senza dati affidabili sui flussi idrici è impossibile intervenire in modo efficace sulla gestione della risorsa. La vera trasformazione, però, avviene quando l’impronta idrica industriale non si limita a descrivere un impatto, ma contribuisce a ripensare i cicli produttivi generati da un dato impianto. È in questo passaggio, dal reporting alla progettazione, che la gestione dell’acqua diventa una leva strategica per l’industria.
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