Parametri delle acque reflue: sapere quali monitorare è fondamentale per il trattamento efficace degli scarichi industriali e per il rispetto delle normative ambientali. Valori come pH, COD (domanda chimica di ossigeno) e metalli pesanti forniscono indicazioni essenziali sulla qualità del refluo e sulle soluzioni di depurazione più appropriate.
In questa guida esaminiamo questi tre parametri più critici, spiegando cosa indicano, quali sono i limiti di legge e come affrontarli con le tecnologie più adatte.
Il pH è l’indice che misura l’acidità o la basicità di una soluzione su una scala da 0 a 14. Nei reflui industriali, un valore di pH troppo basso cioè acido, o troppo alto, quindi basico, può compromettere gravemente i processi di trattamento biologico e chimico, oltre a danneggiare le infrastrutture e l’ambiente.
Secondo il D.Lgs. 152/2006, il valore di pH ammesso per lo scarico in pubblica fognatura deve essere compreso generalmente tra 5,5 e 9,5. Per gli scarichi in acque superficiali, le regioni possono stabilire limiti più restrittivi, ma in genere si resta nella fascia tra 6 e 9.
Il monitoraggio continuo del pH è fondamentale: permette di intervenire in tempo reale con sistemi di neutralizzazione (ad esempio tramite aggiunta di acidi o basi) per mantenere i valori entro i limiti di legge e garantire l’efficienza del trattamento.
Il COD, la Domanda Chimica di Ossigeno, misura la quantità di ossigeno necessaria per ossidare le sostanze organiche presenti nell’acqua. È un parametro chiave per valutare il carico organico di un refluo e per dimensionare correttamente gli impianti di trattamento, in particolare quelli biologici.
Il valore del COD si esprime in mg/L di O₂. Il limite massimo ammesso varia in base alla tipologia di scarico e all’autorizzazione specifica, ma per gli scarichi in acque superficiali è generalmente 125 mg/L, secondo la Direttiva 91/271/CEE e il D.Lgs. 152/2006.
Un COD elevato indica la presenza di sostanze organiche difficili da degradare, che richiedono trattamenti chimico-fisici aggiuntivi o pretrattamenti dedicati, spesso integrati da processi biologici avanzati.
Piombo, mercurio, cadmio, cromo, nichel e rame sono solo alcuni dei metalli pesanti comunemente rilevati nei reflui industriali, specialmente in settori come la galvanica, la siderurgia, la concia e la chimica.
Questi metalli non sono biodegradabili e tendono ad accumularsi nei sedimenti e negli organismi acquatici, provocando effetti tossici anche a concentrazioni molto basse. I limiti di legge sono quindi particolarmente stringenti e specifici per ciascun metallo: ad esempio, il cadmio ha un limite tipico di 0,05 mg/L, mentre il piombo è limitato a 0,5 mg/L negli scarichi in acque superficiali.
Il trattamento di questi contaminanti richiede tecnologie avanzate come precipitazione chimica, scambio ionico, ultrafiltrazione o adsorbimento su carboni attivi, integrate con un monitoraggio analitico di precisione.
I tre parametri descritti in questo articolo, se ben gestiti, consentono di impostare trattamenti più efficienti, prevedere anomalie e garantire la conformità a lungo termine.
Affidarsi a tecnologie analitiche aggiornate, sistemi di monitoraggio in continuo e consulenti specializzati significa passare da una gestione reattiva a una gestione preventiva e sostenibile. Un approccio tecnico solido, supportato da dati reali, è la chiave per trasformare i reflui da problema a risorsa. Per approfondire il quadro normativo e tecnico sulle acque reflue industriali, consulta anche la guida ISPRA.
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