Microplastiche invisibili, impatto reale: la sfida della depurazione avanzata

Microplastiche invisibili, impatto reale: la sfida della depurazione avanzata

22 Agosto 25

Le microplastiche, particelle di plastica di dimensioni inferiori ai 5 millimetri, rappresentano una delle emergenze ambientali più insidiose per i sistemi idrici globali. Sebbene invisibili a occhio nudo, queste particelle si infiltrano con facilità nelle reti di acque superficiali e sotterranee, generando un impatto diffuso e ancora in parte poco conosciuto. Il tema della loro rimozione costituisce oggi una sfida cruciale per la gestione sostenibile delle risorse idriche.

Per comprendere appieno questa problematica, è necessario analizzare le modalità con cui le microplastiche entrano nei sistemi idrici, capire perché sono difficili da intercettare nei depuratori convenzionali e quali tecnologie innovative sono in fase di studio e sperimentazione per affrontare il problema.

Come le microplastiche entrano nei sistemi idrici

Le fonti delle microplastiche nei sistemi idrici sono molteplici e diffuse. Oltre ai rifiuti plastici visibili, un numero crescente di microplastiche deriva da fonti più insidiose e meno evidenti. Tra queste, le acque reflue urbane rappresentano un canale primario, veicolando microfibre di tessuti sintetici, residui di prodotti cosmetici e piccoli frammenti di plastica.

Anche le acque reflue industriali contribuiscono alla presenza di microplastiche, specialmente quando provengono da comparti come la lavorazione tessile oppure, come è facile immaginare, dalla produzione di materiali plastici veri e propri. A ciò si aggiunge il ruolo del deflusso agricolo, dove l’uso di plastiche per pacciamatura o fertilizzanti contenenti microplastiche introduce ulteriori particelle nei sistemi idrici.

La complessità di queste fonti rende la problematica estremamente articolata, soprattutto perché le microplastiche entrano nel ciclo idrico in forme diverse e con caratteristiche variabili, rendendo complessa la loro identificazione e rimozione.

Microplastiche nei prodotti di uso quotidiano: una fonte sottovalutata

Le microplastiche derivanti da prodotti di uso comune, come cosmetici esfolianti o detergenti contenenti microgranuli, sono state oggetto di restrizioni normative in Europa, ma permangono in circolazione soprattutto nei Paesi con regolamentazioni meno stringenti. La degradazione meccanica di tessuti sintetici durante il lavaggio domestico libera milioni di fibre che si disperdono nelle acque reflue, contribuendo a questa forma di contaminazione, invisibile ma realmente significativa.

La difficoltà di intercettare le microplastiche nei depuratori convenzionali

I tradizionali impianti di trattamento delle acque sono progettati per rimuovere materiali organici, nutrienti e microrganismi patogeni, ma non per filtrare particelle così microscopiche come le microplastiche. Le dimensioni ridotte, la forma variabile e la diversa composizione chimica di queste particelle le rendono estremamente sfuggenti ai processi convenzionali.

Le microplastiche, infatti, possono attraversare le fasi di sedimentazione e filtrazione senza aggregarsi. Di conseguenza sfuggono facilmente ai processi biologici di depurazione basati su aggregazione e degradazione. Studi scientifici recenti indicano che la rimozione delle microplastiche tramite depurazione tradizionale può variare notevolmente, da circa il 30% fino a un massimo del 90%, a seconda della tecnologia applicata e delle caratteristiche delle microplastiche stesse.

Tecnologie innovative per la depurazione delle microplastiche

Per superare le limitazioni dei sistemi tradizionali, la ricerca si sta orientando verso tecnologie avanzate in grado di intercettare o degradare efficacemente le microplastiche, riducendo il loro impatto ambientale. Tra le soluzioni più promettenti possiamo citare i filtri a membrana, la biofiltrazione e i trattamenti di ossidazione avanzata come l’ozonizzazione.

Le tecnologie a membrana, in particolare l’ultrafiltrazione e la nanofiltrazione, permettono di trattenere particelle di dimensioni molto ridotte, incluse molte microplastiche, ma richiedono investimenti elevati e un’attenta gestione operativa.

La biofiltrazione, sfruttando microorganismi capaci di aderire alle superfici e degradare alcune componenti delle microplastiche, rappresenta una frontiera in via di sviluppo, che necessita ancora di approfondimenti per superare le criticità legate alla velocità di degradazione e alla variabilità delle plastiche trattate.

Infine, l’ozonizzazione e altri processi di ossidazione avanzata offrono una via chimica per modificare la struttura delle microplastiche, rendendole più facilmente separabili o degradabili, seppure con la necessità di monitorare attentamente la formazione di possibili sottoprodotti indesiderati.

Le maglie filtranti di ultima generazione

Il ruolo del dimensionamento delle maglie filtranti in questo settore è cruciale perché determina non solo l’efficacia della rimozione delle impurità, ma anche la stabilità operativa dell’intero impianto. Nei sistemi convenzionali, maglie troppo larghe lasciano passare microplastiche, fibre tessili o residui organici che possono compromettere la qualità dell’acqua trattata. Al contrario, una riduzione eccessiva delle dimensioni porta rapidamente all’intasamento dei filtri, con conseguente necessità di lavaggi frequenti, incremento dei consumi energetici e maggiori costi di manutenzione.

Per superare questo limite, la ricerca si sta orientando verso materiali innovativi e configurazioni modulari, in grado di aumentare la capacità di filtrazione senza sacrificare la durabilità. Ad esempio, l’uso di fibre sintetiche ad alta resistenza o di membrane composite permette di raggiungere gradi di separazione molto più fini (nell’ordine delle decine di micron o meno), mantenendo una buona permeabilità idraulica. In parallelo, i sistemi di contro-lavaggio automatico e le soluzioni di filtrazione multistadio riducono il rischio di intasamenti, garantendo continuità operativa.

La vera sfida, dunque, non è solo tecnica ma anche gestionale: trovare il giusto compromesso tra efficienza di rimozione e sostenibilità economica, integrando le nuove tecnologie in impianti che devono restare affidabili, scalabili e sostenibili nel tempo.

Una sfida tecnologica e ambientale

La contaminazione da microplastiche nei sistemi idrici rappresenta una sfida tecnologica e ambientale complessa che richiede un approccio integrato e multidisciplinare. I metodi tradizionali di trattamento sono insufficienti a garantire una rimozione completa, rendendo indispensabile l’adozione di tecnologie avanzate e l’implementazione di strategie di prevenzione a monte, volte a limitare l’ingresso delle microplastiche nei sistemi idrici.

Per operatori come Iride Acque, che si collocano in prima linea nella gestione sostenibile dell’acqua, monitorare l’evoluzione di queste tecnologie e partecipare a iniziative di ricerca e sperimentazione rappresenta un elemento chiave per garantire la qualità del servizio e la tutela dell’ambiente.

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