Le città blu-verdi sono poco conosciute, eppure, nei prossimi decenni potrebbero diventare sempre più presenti nel mondo. Di cosa stiamo parlando? Camminando per alcune città europee capita di imbattersi in infrastrutture e aree dall’aspetto inusuale: canali che sembrano una passeggiate alberata o piazzali in cui la pioggia non scompare nei tombini ma viene accolta, filtrata e trasformata in uno specchio d’acqua.
Fino a poco tempo fa, l’acqua urbana veniva sempre e comunque nascosta da tubazioni, fognature, griglie, con la sola eccezione delle fontane. Parliamo di strutture e sistemi pensati per rendere l’acqua “invisibile”. I tempi, però, sono cambiati: con l’aumento delle precipitazioni intense, l’espansione delle superfici impermeabili, la crescita delle ondate di calore cittadine, progettisti, urbanisti e amministratori stanno ripensando il modo in cui l’acqua e il verde possono entrare nell’identità urbana. In questo contesto, l’infrastruttura idrica non è più solo funzione tecnica: diventa paesaggio, esperienza, spazio sociale.
Cerchiamo ora di capire il perché del nome città blu-verde. Nel contesto urbano, “blu” richiama l’acqua: la pioggia, il deflusso, i canali, le vasche di laminazione, le superfici drenanti. “Verde” richiama invece la vegetazione, i suoli permeabili, i parchi, le superfici che trattenendo l’acqua la lasciano agire e ri-scorrere lentamente. Le infrastrutture blu-verdi (in inglese Blue-Green Infrastructure, BGI) sono sistemi ibridi: elementi naturali integrati con soluzioni ingegneristiche per gestire l’acqua urbana in modo più integrato e sostenibile. Uno studio recente le definisce come “soluzioni basate sulla natura che combinano sistemi di acqua e vegetazione, contribuendo all’uso multifunzionale del territorio e aumentando la resilienza delle città”. La risorsa acqua non è infinita, per questo affrontare la scarsità dell’acqua dolce è ormai centrale nella visione urbana.
L’acqua e il verde non sono entità separate e, anche nel contesto urbano, sono profondamente interconnessi. Le superfici impermeabili impediscono all’acqua di infiltrarsi; l’acqua, se lasciata correre in fretta, genera allagamenti e stress per le infrastrutture; la vegetazione, d’altro canto, rallenta, evapora, dà respiro all’acqua stessa. Le infrastrutture blu-verdi propongono uno scenario che parte proprio da questa integrazione: l’acqua entra nel ciclo urbano e viene trattata, vista, vissuta. La letteratura mostra che questo approccio può aiutare a controllare il deflusso in caso di piogge molto intense, raffrescare il microclima urbano e migliorare la qualità della vita dei cittadini.
Tratti distintivi delle città blu-verdi sono la visibilità dell’acqua e la presenza del verde come infrastruttura attiva. Si va oltre, come abbiamo anticipato, il concetto della pioggia che “scompare nei tombini”, per costruire un sistema che si mostra: viali verdi che raccolgono l’acqua, tetti che la trattengono, piazze permeabili che filtrano. Questo cambio di paradigma trasforma lo spazio urbano: non più solo costruito per arginare o far defluire l’acqua, ma interconnesso, verde e resiliente.
Le città si trovano sempre più spesso a fronteggiare precipitazioni intense concentrate in brevi periodi, che sovraccaricano reti idrauliche concepite per un clima diverso. Strade e piazze asfaltate impediscono all’acqua di infiltrarsi, mentre gli scarichi sotterranei faticano a reggere volumi crescenti.
Le infrastrutture tradizionali, basate su condotte e canali chiusi, sono nate per allontanare rapidamente la pioggia. Le soluzioni blu-verdi cambiano paradigma: non espellono l’acqua, la gestiscono. Superfici permeabili favoriscono l’infiltrazione, vasche di raccolta la trattengono, la vegetazione ne utilizza una parte e ne favorisce l’evaporazione.
Come mostra il lavoro di Boguniewicz-Zabłocka e Łukasiewicz (2025) che abbiamo già citato, le infrastrutture blu-verdi possono migliorare l’efficienza complessiva della gestione delle acque meteoriche e contribuire alla resilienza urbana, purché siano progettate in coerenza con il contesto e la scala dell’insediamento. Approfondiamo insieme qualche dettaglio.
La crescita urbana comporta un aumento delle superfici impermeabili: tetti, strade e parcheggi che impediscono l’infiltrazione e amplificano i deflussi. Le BGI invertono questa tendenza: pavimentazioni drenanti, giardini pluviali e tetti verdi consentono all’acqua di tornare parte del ciclo naturale.
Secondo uno studio pubblicato su Landscape Online (2024), tali infrastrutture ricostruiscono il bilancio idrico urbano attraverso la ritenzione diffusa delle acque piovane e l’espansione delle superfici permeabili. L’effetto combinato è una riduzione della pressione sulla rete fognaria e una migliore qualità dell’acqua filtrata dal suolo.
Ombra, vegetazione e acqua agiscono insieme per ridurre l’effetto “isola di calore” di una città e migliorare la vivibilità. Diversi studi scientifici indicano che le infrastrutture blu-verdi contribuiscono a raffrescare l’ambiente urbano grazie all’evaporazione e alla riduzione delle superfici asfaltate. (MDPI 2025; Frontiers in Water 2024). Oltre al beneficio termico, questi spazi generano benessere psicofisico e socialità: un canale riqualificato, un parco pluviale o un cortile permeabile diventano luoghi di incontro e identità collettiva. L’infrastruttura non è più solo utile, ma parte della vita urbana quotidiana.
Una delle trasformazioni più interessanti è la visibilità dell’infrastruttura idrica. Canali scoperti, vasche integrate nei parchi o sistemi di raccolta disegnati nelle piazze rendono l’acqua elemento di paesaggio. Quando la funzione tecnica diventa anche estetica, la città si rigenera: il sistema idrico non è più “nascosto”, ma dialoga con l’architettura e con chi la vive. Come sottolinea uno studio pubblicato su Nature (2024), la progettazione delle infrastrutture blu-verdi dovrebbe integrare criteri ingegneristici ed ecologici per massimizzare i benefici ambientali e sociali. La loro presenza visibile favorisce consapevolezza, appartenenza e cura condivisa del territorio.
Attenzione: le infrastrutture blu-verdi funzionano davvero solo se fanno parte di una strategia urbana integrata. Non si tratta di aggiungere vasche o tetti verdi isolati, ma di costruire una rete coerente tra acqua, suolo, vegetazione e mobilità. Gli esperti di settore evidenziano come i progetti di maggiore successo siano quelli fondati su una governance condivisa, con obiettivi chiari, manutenzione programmata e monitoraggio costante. È questa visione sistemica a rendere la città più resiliente, sostenibile e capace di trasformare l’acqua in valore urbano.
Nel mondo, molte città stanno sperimentando e attuando modelli blu-verdi che offrono spunti concreti per l’Italia e l’Europa. L’esempio più curioso è forse quello cinese. Il concetto di “sponge city” (città-spugna) è stato infatti promosso proprio in Cina, negli ultimi anni, per affrontare insieme alluvioni urbane, scarsità d’acqua e impermeabilizzazione. Le città-spugna cercano di rendere la città capace di assorbire, immagazzinare, purificare l’acqua piovana attraverso parchi, superfici permeabili, tetti annessi a sistemi idrici. Questo approccio, seppure con contesti diversi, offre una visione utile anche per le città europee che vogliano diventare più resilienti.
In Europa e negli Stati Uniti sono attivi progetti che vanno oltre la semplice infrastruttura tecnica: ad esempio, quartieri in cui le vasche di raccolta sono visibili e attrezzate come spazi pubblici, tetti verdi che raccolgono pioggia, corridoi acqua-verde che attraversano la città. Secondo il Blue-Green Cities Research Project coordinato da Colin Thorne (University of Nottingham), nelle aree urbane britanniche dotate di sistemi SuDS (Sustainable Urban Drainage Systems) è emersa un’ampia accettazione da parte dei residenti: nel sito pilota di Newcastle, il 90% degli intervistati ha espresso un giudizio positivo sui nuovi bacini di drenaggio, riconoscendone anche il valore ambientale e sociale.
Prima di tutto, che la progettazione deve allargare lo sguardo: non può più limitarsi alla sola funzione idraulica, alla quantità d’acqua da gestire o alla velocità con cui farla defluire. Le infrastrutture blu-verdi funzionano davvero solo quando riescono a coniugare aspetti ambientali, sociali e paesaggistici, trasformando la tecnologia in valore per i cittadini.
Un altro elemento ormai evidente riguarda la scala degli interventi. Le soluzioni isolate (un giardino pluviale qui, una vasca di raccolta là) hanno un impatto limitato. La vera efficacia emerge quando questi elementi diventano una rete: un sistema connesso e funzionale che attraversa la città, collegando spazi, flussi e comunità.
Le esperienze più riuscite insegnano che manutenzione e monitoraggio sono indispensabili. Senza cura costante e controllo nel tempo, anche il progetto più innovativo rischia di ridursi a un gesto estetico, privo di continuità.
E tutto questo richiede governance: una visione condivisa tra settori, istituzioni e competenze. Dove questa collaborazione manca, gli interventi si frammentano e perdono senso; dove invece esiste un dialogo stabile, la città blu-verde diventa un processo duraturo.
Mettere in opera infrastrutture blu-verdi è un compito ambizioso e, a tratti, complesso. Il primo ostacolo riguarda i costi iniziali: rispetto alle tradizionali soluzioni “grigie”, gli interventi blu-verdi richiedono spesso un investimento maggiore, sia in fase di progettazione sia nella realizzazione, soprattutto perché coinvolgono più competenze e materiali innovativi.
Un’altra criticità è la manutenzione. Un bacino a cielo aperto, un tetto verde o una pavimentazione drenante hanno esigenze diverse rispetto a una condotta chiusa: serve personale formato, protocolli di cura costanti e una pianificazione che tenga conto della stagionalità.
A questo si aggiunge la necessità di un coordinamento multi-attore: urbanisti, gestori idrici, enti ambientali e cittadini devono dialogare in modo continuo. Tuttavia, le regole e i contratti di gestione urbana non sempre sono pensati per favorire questa cooperazione.
C’è poi una sfida culturale. Per decenni abbiamo considerato l’acqua come qualcosa da nascondere, canalizzare, allontanare. Il paradigma blu-verde chiede invece di renderla visibile, di integrarla nel paesaggio e nella vita quotidiana. È un cambio di mentalità che richiede tempo e fiducia.
Infine, resta il tema della visione sistematica. Le ricerche, come quelle pubblicate su arXiv e su riviste specialistiche, mostrano che i risultati migliori arrivano solo quando la città è pensata come un insieme coerente di elementi blu e verdi, collegati tra loro e non come singole “isole” di sostenibilità.
A fronte di queste difficoltà, le opportunità sono enormi. Le città che scelgono la via blu-verde diventano più resilienti: sono meglio preparate a gestire le piogge intense, le ondate di calore, e in generale gli effetti del cambiamento climatico.
Il miglioramento della qualità urbana è un altro risultato tangibile. Aree più verdi e permeabili significano microclimi più equilibrati, aria più pulita e spazi pubblici più vivibili. Verde e acqua sono alleati sia dell’estetica sia della salute. Non meno importanti sono i benefici ambientali e sociali. Le BGI favoriscono la biodiversità, migliorano la percezione di sicurezza e stimolano comportamenti più sostenibili. Uno studio pubblicato su Frontiers in Water sottolinea che questi interventi aumentano il “fattore di vivibilità” e rafforzano la coesione tra le persone, contribuendo a creare comunità più consapevoli e inclusive.
Sul piano economico e politico, il momento è favorevole: finanziamenti e politiche europee puntano proprio su soluzioni infrastrutturali integrate e nature-based. Questo significa che le città possono contare su incentivi concreti per avviare o ampliare i propri progetti. Infine, c’è una dimensione strategica: le amministrazioni che anticipano questo cambiamento conquistano leadership e credibilità. Diventano esempi di innovazione urbana, attraggono investimenti, ispirano nuove pratiche e rafforzano la propria immagine pubblica.
Ogni trasformazione efficace parte dalla conoscenza del territorio. Il primo passo è quello di individuare un’area urbana che presenti criticità idrauliche (zone soggette ad allagamenti o reti fognarie sovraccariche) o, al contrario, un forte potenziale di rigenerazione. La fase di analisi prevede di mappare superfici impermeabili, infrastrutture esistenti, aree verdi, pendenze e uso del suolo. Solo comprendendo in modo preciso come l’acqua si muove nello spazio urbano è possibile progettare interventi coerenti.
Una volta compreso il contesto, si passa alla fase propositiva. Gli interventi possono includere tetti verdi con sistemi di raccolta della pioggia, pavimentazioni drenanti, parchi di laminazione o corridoi acqua-verde che connettano quartieri diversi. È importante che ogni elemento dialoghi con gli altri, così da formare un sistema. Le ricerche di settore sottolineano l’importanza di valutazioni multi-criterio e di una governance integrata, capace di tenere insieme idraulica, paesaggio, mobilità e partecipazione.
La fase progettuale non può più essere solo tecnica. L’acqua e il verde devono diventare parte dell’esperienza urbana. Questo significa pensare a spazi fruibili, riconoscibili e sicuri: una vasca di raccolta che diventa parco, un tetto verde che diventa giardino, un canale che diventa percorso pedonale.
La partecipazione dei cittadini è cruciale: spiega, coinvolge, genera cura. Quando la comunità riconosce un’opera come propria, la sua manutenzione e la sua durata nel tempo sono naturalmente più solide.
Ogni progetto blu-verde ha bisogno di essere raccontato e misurato. Comunicare significa spiegare cosa si sta facendo, perché e con quali risultati attesi, ma anche mostrare i benefici raggiunti nel tempo. Parallelamente va attivato un sistema di monitoraggio che raccolga dati su deflussi, microclima, soddisfazione dei cittadini.
Queste informazioni non solo documentano l’efficacia, ma rendono possibile la scalabilità: un progetto ben misurato può essere replicato in altri quartieri o in altre città, creando una rete di esperienze e buone pratiche.
La città blu-verde non appartiene al futuro remoto: è un’evoluzione già in corso. Le infrastrutture idriche stanno cambiando natura e funzione: da reti invisibili a luoghi vivi. Immaginiamo una città in cui la pioggia non è più un rischio da contenere ma un’occasione per ricaricare le falde e creare nuovi spazi pubblici; dove i tetti si trasformano in giardini e le vasche di raccolta diventano piazze o corridoi verdi. Sono città che non combattono l’acqua, ma la accolgono. Più resilienti, più vivibili, più belle. E la loro costruzione comincia sempre da piccoli gesti, un tetto verde, una pavimentazione drenante, un giardino pluviale, che insieme tracciano la direzione del cambiamento.
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