I microinquinanti rappresentano oggi una delle sfide più complesse nella gestione delle risorse idriche. Si tratta di sostanze chimiche presenti nell’acqua a concentrazioni molto basse, spesso nell’ordine di nanogrammi per litro, ma con effetti potenzialmente rilevanti sugli ecosistemi e sulla salute umana. Farmaceutici, pesticidi, composti industriali come i PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) e residui cosmetici sono solo alcuni esempi di queste molecole “invisibili”, difficili da intercettare con i trattamenti convenzionali e capaci di resistere ai processi naturali di degradazione.
La crescente attenzione scientifica e normativa verso i microinquinanti è legata non solo al loro impatto ambientale, ma anche alla loro capacità di bioaccumulo e agli effetti a lungo termine. Anche in concentrazioni minime, infatti, possono alterare gli equilibri ecologici di fiumi, laghi e falde, interferire con i cicli vitali di specie animali e vegetali, e porre rischi emergenti per la salute delle comunità.
Affrontare questo problema richiede un approccio integrato: da un lato il potenziamento dei sistemi di trattamento, con tecnologie avanzate capaci di individuare e abbattere sostanze persistentemente difficili; dall’altro la costruzione di una governance più attenta alla prevenzione a monte, per ridurre l’immissione di queste sostanze nell’ambiente. Questo articolo esplora le principali criticità legate ai microinquinanti nelle acque, analizza le tecnologie innovative in fase di sperimentazione e applicazione, e mette in luce come l’innovazione scientifica possa supportare una gestione idrica più sicura e sostenibile.
Quando si parla di microinquinanti nelle acque, ci si riferisce a sostanze chimiche presenti in concentrazioni estremamente basse, come abbiamo sottolineato nell’ordine dei nanogrammi o microgrammi per litro. Nonostante la loro apparente irrilevanza quantitativa, l’impatto che possono esercitare sugli ecosistemi e sulla salute umana è tutt’altro che trascurabile.
I microinquinanti includono un’ampia gamma di molecole: farmaceutici come antibiotici e analgesici, pesticidi utilizzati in agricoltura, composti industriali come i PFAS, oltre agli additivi cosmetici e ai detergenti già citati. A differenza degli inquinanti convenzionali (ad esempio nutrienti come azoto e fosforo) queste sostanze non vengono facilmente degradate nei processi naturali né intercettate dai sistemi di depurazione tradizionali.
La loro pericolosità deriva da tre fattori principali:
Queste caratteristiche hanno spinto istituzioni come la Commissione Europea e l’Agenzia Europea dell’Ambiente a inserire i microinquinanti tra le priorità emergenti delle politiche ambientali. La direttiva rivista sul trattamento delle acque reflue urbane, entrata in vigore il 1° gennaio 2025, introduce per la prima volta requisiti specifici per la rimozione dei microinquinanti che prevedono l’obbligo di trattamento quaternario negli impianti di maggiori dimensioni, meccanismi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per alcuni settori e in generale criteri più stringenti.
In altre parole, il problema non è tanto la quantità dei microinquinanti nelle acque reflue, quanto la capacità dei microinquinanti di alterare in maniera silenziosa la qualità dell’acqua e degli ecosistemi nel lungo periodo.
La revisione della direttiva europea del 1° gennaio 2025 introduce un concetto destinato a cambiare il volto dei sistemi di pulizia dell’acqua: il trattamento quaternario. Con questa definizione si intende una quarta fase di trattamento, obbligatoria per gli impianti più grandi, pensata per affrontare una sfida che i processi convenzionali non riescono a risolvere, quella (appunto) della rimozione dei microinquinanti.
Mentre i trattamenti primario, secondario e terziario agiscono su solidi sospesi, sostanze organiche, nutrienti e agenti patogeni, il quaternario è progettato per intercettare molecole persistenti come PFAS, residui farmaceutici e pesticidi, presenti in concentrazioni minime ma con effetti a lungo termine sugli ecosistemi e sulla salute umana.
Le tecnologie più promettenti includono i processi di ossidazione avanzata (ozonizzazione, perossido d’idrogeno attivato, radiazioni UV), l’adsorbimento su carbone attivo e i sistemi a membrana ad alta selettività come nanofiltrazione e osmosi inversa. Ognuna presenta vantaggi e limiti in termini di costi, efficienza e gestione operativa, motivo per cui la ricerca è oggi orientata a soluzioni combinate e integrate.
Il trattamento quaternario segna dunque un passaggio storico: da impianti concepiti per ridurre l’impatto visibile dell’inquinamento, a infrastrutture capaci di affrontare anche l’inquinamento “invisibile”, con l’obiettivo di garantire una qualità dell’acqua in linea con le sfide ambientali del futuro.
Gli impianti di depurazione e trattamento dei reflui convenzionali sono pensati per rimuovere sostanze organiche, nutrienti come azoto e fosforo e microrganismi patogeni. Nel corso degli anni hanno dimostrato grande efficacia, contribuendo a un miglioramento diffuso della qualità delle acque superficiali in Europa. Tuttavia, la loro configurazione non è pensata per affrontare contaminanti complessi e persistenti come i microinquinanti.
Il problema nasce innanzitutto dalle dimensioni ridotte di queste molecole, che sfuggono facilmente ai processi meccanici di filtrazione e sedimentazione. Ma non è solo una questione fisica. Molti microinquinanti resistono ai trattamenti biologici: i microrganismi che degradano sostanze organiche più comuni non riescono a metabolizzarli, e in alcuni casi (come per gli antibiotici) possono addirittura subire un effetto inibitorio che riduce l’efficienza complessiva del processo. A ciò si aggiunge un’ulteriore criticità: i trattamenti chimici tradizionali, quando applicati a molecole particolarmente stabili, rischiano di produrre sottoprodotti secondari non sempre meno dannosi delle sostanze originarie.
È per questo motivo che, pur disponendo di impianti all’avanguardia secondo gli standard attuali, in molti corsi d’acqua europei si rileva ancora la presenza di microinquinanti. La scienza ha dimostrato con chiarezza che senza un salto tecnologico i sistemi convenzionali non sono in grado di garantire una rimozione efficace. La sfida di oggi è quindi andare oltre il paradigma che ha guidato la depurazione per decenni, per includere processi specificamente pensati contro gli inquinanti “invisibili”.
Quando si parla di rimozione dei microinquinanti dai reflui, le soluzioni più mature oggi in campo appartengono a due grandi famiglie: i processi che degradano le molecole (in primis le ossidazioni avanzate, come l’ozono e gli schemi UV/perossido) e quelli che le trattengono, come l’adsorbimento su carbone attivo o la separazione a membrana (nanofiltrazione, osmosi inversa).
L’ozonizzazione è oggi una delle tecnologie più diffuse per un’ampia gamma di farmaci, prodotti per la cura personale e pesticidi: ossida selettivamente molte molecole “persistenti” che i trattamenti biologici non riescono ad abbattere. Proprio perché è un ossidante potente, richiede però un post-trattamento (per esempio con GAC o filtrazioni di finitura) per rimuovere sottoprodotti reattivi e garantire una qualità d’uscita stabile; è un punto cruciale emerso sia in letteratura sia in esercizio su scala reale.
In parallelo, l’adsorbimento su carbone attivo, in polvere (PAC) o granulare (GAC), è una soluzione “broad spectrum” molto rodata: intercetta molte classi di microinquinanti con rese elevate, ed è spesso usato in alternativa o in combinazione con l’ozono. Il compromesso progettuale riguarda la gestione del mezzo (dosaggi/rigenerazioni per il PAC, sostituzione/rigenerazione per il GAC) e l’ottimizzazione dei costi operativi; in cambio, l’efficacia complessiva è paragonabile all’ozono in numerosi scenari di refluo urbano trattato.
Le membrane ad alta selettività (NF/RO) rappresentano invece una barriera fisica molto efficace contro gli “emerging contaminants”, con prestazioni spesso >90% su vari indicatori; sono impiegate come affinamento spinto, soprattutto quando si mira a riusi esigenti. Il rovescio della medaglia è il concentrato da gestire e i consumi energetici più alti rispetto ad altre opzioni: sono quindi scelte da valutare con attenzione caso per caso, anche in associazione ad altre tecnologie come i carboni attivi.
Un discorso a parte meritano i PFAS. Molti processi di ossidazione convenzionali non li degradano in modo completo. Le soluzioni più consolidate puntano su GAC, scambio ionico e osmosi inversa/nanofiltrazione, tecniche che li rimuovono efficacemente dall’acqua ma trasferiscono le sostanze sul mezzo o nel concentrato, che poi va gestito con corretti percorsi di smaltimento o distruzione. Le linee guida e la letteratura tecnica confermano queste opzioni come le migliori disponibili oggi, mentre i processi distruttivi (elettrochimici, plasma, ecc.) sono promettenti ma ancora in fase di sviluppo per un impiego stabile e scalabile.
In sintesi, per la rimozione dei microinquinanti non c’è una “tecnologia magica” valida in assoluto: la scelta più solida nasce dall’integrazione ozono o carbone attivo come cardini del trattamento quaternario, membrane dove serve una barriera selettiva, e una progettazione attenta ai by-products, ai costi operativi e di capitale (OPEX/CAPEX) e alla gestione dei residui. È esattamente la direzione indicata dalla nuova cornice europea e dalle esperienze di campo maturate negli ultimi anni.
Negli ultimi anni l’Europa ha messo alla prova sul campo diverse soluzioni quaternarie, spesso partendo da impianti faro e programmi nazionali. Il caso più citato è la Svizzera, che ha avviato un piano di aggiornamento su scala nazionale delle WWTP per l’eliminazione dei microinquinanti: decine di impianti sono già stati dotati di uno stadio aggiuntivo basato su ozonizzazione o carbone attivo, con risultati stabili e una filiera gestionale consolidata (post-trattamenti, controllo sottoprodotti, gestione dei media). Come abbiamo anticipato questo della Svizzera rappresenta un riferimento pratico per chi oggi in UE pianifica gli adeguamenti richiesti dalla nuova direttiva.
Anche in Germania l’uso dell’ozono è stato testato e integrato in schema combinato. L’esperienza dell’impianto di Schönerlinde (Berlino) ha mostrato come l’ozonizzazione, seguita da un affinamento naturale/biologico (ad esempio zone umide costruttive), consenta di ridurre in modo significativo sia le sostanze organiche di traccia sia alcuni indicatori microbiologici nell’effluente finale, confermando l’efficacia della catena “ossida + rifinisci”.
Nei Paesi Bassi si è lavorato molto sull’adsorbimento. Alcuni progetti hanno sperimentato e poi portato a scala piena filtri GAC e linee PAC combinate alla filtrazione a tessuto, integrando i carboni nel terziario per abbattere farmaci e altri microinquinanti. Un percorso che ha permesso di costruire know-how su dosaggi, rigenerazioni e controllo dei solidi, con rese comparabili ai migliori schemi a ozono.
Queste esperienze convergono su un punto: non esiste un’unica tecnologia risolutiva, ma una famiglia di soluzioni che funziona quando è ben integrata nella linea d’impianto. La letteratura a supporto, dai primi full-scale di post-ozonazione con filtrazione alle applicazioni consolidate di PAC/GAC in terziario, conferma che combinare ossidazione e adsorbimento massimizza l’abbattimento e limita gli effetti indesiderati dei sottoprodotti.
I PFAS anche in questo caso sono un capitolo a parte: qui la rimozione più affidabile oggi passa da GAC, scambio ionico e, in taluni contesti di riuso spinto, NF/RO. Sono tecniche che “catturano” le sostanze e spostano l’onere sul mezzo o sul concentrato, da gestire poi in modo controllato; i processi distruttivi emergenti stanno restituendo risultati interessanti ma ancora in fase di maturazione per un roll-out su larga scala.
Con l’entrata in vigore della Direttiva europea riveduta sulle acque reflue urbane si configura un meccanismo di responsabilità estesa del produttore che coinvolge in particolare i settori farmaceutico e cosmetico nel cofinanziamento dei costi di rimozione dei microinquinanti. Per le utility tutto ciò significa pianificare investimenti su orizzonti pluriennali, con un mix di tecnologie che tenga insieme efficacia, costi e gestione dei residui.
Sul piano industriale e sociale è realistico attendersi un confronto acceso: il nuovo schema EPR è già oggetto di dibattito tra istituzioni e filiere produttive, segno che la governance della qualità dell’acqua passa anche dalla condivisione dei costi lungo la catena del valore. In prospettiva, questa dinamica può accelerare innovazioni a monte (formulazioni più “benign by design”) e a valle (impianti più modulari, con catene ozono↔carbone e membrane attivate quando serve), riducendo al contempo il carico complessivo sugli ecosistemi.
In definitiva, il percorso è tracciato: integrazione tecnologica, monitoraggio continuo e modelli di costo condivisi. È così che la rimozione dei microinquinanti può uscire dalla fase pionieristica e diventare patrimonio stabile della gestione idrica europea.
SEDE LEGALE
Strada della Repubblica, 41 | 43121 Parma (PR)
+39 0521 1683328
SEDE OPERATIVA
Via Turati, 24 | 20831 Seregno (MB)
+39 0362 865413 | info@irideacque.com
DUBAI (EAU)
48 Burj Gate, 10th Floor, room #1001, Downtown
+971 4 321 62 60
ABU DHABI
7th Floor – CI Tower – khalidiya Area