Il 4 giugno la Commissione europea ha presentato la Strategia per la resilienza idrica (“Water‑Resilience Strategy”), un programma articolato in oltre 30 azioni concrete per migliorare la gestione dell’acqua, restaurare il ciclo idrico, ridurre le perdite e garantire acqua pulita, sicura ed accessibile a tutti.
Il piano poggia su tre pilastri: primo ripristinare e proteggere il ciclo naturale dell’acqua, secondo costruire un’economia “water‑smart” basata su efficienza e digitalizzazione e, terzo, garantire servizi idrici equi e accessibili. L’UE intende anche rafforzare la cooperazione internazionale, promuovere governance multilivello e stimolare l’innovazione.
Sul fronte economico, la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) prevede di mobilitare 15 miliardi in prestiti e garanzie nei prossimi tre anni per finanziare infrastrutture, digitalizzazione e prevenzione delle perdite.
La strategia che stiamo descrivendo è stata oggetto di alcune critiche non trascurabili. Innanzitutto, molti osservatori denunciano la natura non vincolante dei target: l’obiettivo di migliorare l’efficienza idrica del 10 % entro il 2030 rimane “raccomandato”, senza sanzioni per gli Stati non allineati. Inoltre, secondo realtà come Greenreport e RenewableMatter, i finanziamenti previsti non sarebbero adeguati alla portata della crisi idrica europea. Diversi osservatori del settore e stakeholder, pur accogliendo positivamente la strategia, sottolineano che “c’è ancora molto lavoro da fare” per trasformare i buoni propositi in misure efficaci.
Implementazione e governance appaiono un altro tallone d’Achille: la strategia conta molto sul volontariato degli Stati membri, delle autorità locali, delle imprese e dei cittadini. Il Parlamento europeo ha richiesto misure più stringenti e un maggiore coordinamento transnazionale.
Questo piano UE non introduce nuovi strumenti legislativi, ma punta a un’applicazione più rigorosa delle direttive già in vigore (Water Framework Directive, Floods Directive, Nature Restoration). Diverse ONG Green denunciano un eccesso di affidamento su infrastrutture rigide e tecnologie futuribili, a discapito delle soluzioni basate su quanto già a disposizione.
Un altro punto critico è la gestione del rischio chimico: PFAS e pesticidi, pur riconosciuti come pericolosi, saranno affrontati principalmente attraverso remediation post-contaminazione. Cosa assolutamente utile ma servirebbero anche misure preventive a monte.
L’urgenza è reale: ad oggi circa il 40‑50% del territorio UE è in stato di allerta siccità, con il 53% sotto stress idrico a metà maggio 2025, Questi valori sono molto critici. Teresa Ribera, commissaria UE, ha parlato addirittura di “codardia politica” che ostacolerebbe azioni incisive e infrastrutture resilienti. Su queste pagine continueremo a seguire gli sviluppi futuri.
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