La dissalazione in Italia è oggi tra le tecnologie al centro del dibattito sulla sicurezza e lo stato della rete idrica. Le ricorrenti condizioni di stress idrico nel Mezzogiorno, insieme alla crescente variabilità climatica, stanno riaprendo una discussione che per decenni era rimasta ai margini delle politiche idriche nazionali.
A differenza di paesi come Spagna, Israele o Arabia Saudita, dove la dissalazione è diventata una componente strutturale dell’approvvigionamento idrico, in Italia questa tecnologia è stata storicamente considerata una soluzione marginale, usata soprattutto nelle piccole isole o in contesti particolarmente isolati. La disponibilità relativamente ampia di risorse superficiali e sotterranee nella parte continentale del Paese ha reso meno urgente l’investimento in impianti di produzione di acqua da fonte marina.
Oggi, però, il quadro sta cambiando. L’aumento della domanda di acqua da parte di popolazione, industria e agricoltura, la maggiore frequenza delle siccità e la pressione crescente sui sistemi idrici regionali stanno portando istituzioni e operatori a riconsiderare il ruolo della dissalazione in Italia. La questione è tecnica e strategica: va capito se questa tecnologia possa rappresentare una leva strutturale di resilienza o se è meglio che rimanga una soluzione emergenziale per territori particolarmente vulnerabili.
La crescente attenzione verso la dissalazione in Italia è legata soprattutto alle condizioni di stress idrico che interessano diverse aree del Mediterraneo. Secondo il report “Climate and Environmental Change in the Mediterranean Basin”, elaborato dal network scientifico MedECC, la regione è uno degli hotspot globali del cambiamento climatico. Le temperature stanno aumentando più rapidamente della media mondiale e molte aree stanno registrando una riduzione progressiva delle precipitazioni.
In Italia gli effetti sono già visibili. Le crisi idriche degli ultimi anni hanno evidenziato la fragilità di molti sistemi di approvvigionamento, soprattutto nelle regioni meridionali e nelle isole. In questi contesti la disponibilità di risorse alternative diventa un fattore sempre più importante per garantire continuità di servizio e sicurezza delle forniture.
La dissalazione offre una caratteristica particolarmente interessante: l’accesso a una risorsa virtualmente illimitata, l’acqua marina. Questo elemento la rende, almeno in teoria, una tecnologia capace di ridurre la dipendenza dalle variabili climatiche e dalla disponibilità di acqua dolce.
Proprio per questo motivo molti paesi con condizioni climatiche simili a quelle di alcune regioni italiane hanno investito massicciamente, negli ultimi decenni, nello sviluppo di impianti di dissalazione su larga scala.
Uno degli aspetti più rilevanti quando si valuta il possibile ruolo della dissalazione in Italia riguarda i costi energetici del processo. La tecnologia più diffusa oggi a livello globale è la dissalazione tramite osmosi inversa, che richiede pressioni elevate per separare l’acqua dai sali disciolti.
Il consumo energetico rappresenta una componente significativa del costo complessivo dell’acqua prodotta. Negli ultimi vent’anni, tuttavia, i progressi tecnologici hanno ridotto in modo significativo l’energia necessaria per metro cubo di acqua desalinizzata grazie a membrane più efficienti e a sistemi avanzati di recupero energetico.
Nonostante questi miglioramenti, la produzione di acqua attraverso dissalazione resta generalmente più costosa rispetto alle fonti idriche convenzionali, soprattutto quando si considerano i costi complessivi di investimento, gestione e manutenzione degli impianti. Questo elemento spiega perché, nella maggior parte dei casi, la dissalazione venga utilizzata come integrazione ad altre fonti idriche e non come unica soluzione di approvvigionamento.
Gli impianti di dissalazione moderni, basati su osmosi inversa, richiedono in media circa 3–4 kWh di energia elettrica per ogni metro cubo di acqua prodotta, secondo le stime dell’International Desalination Association e dell’International Energy Agency. Si tratta di un miglioramento significativo rispetto agli impianti delle prime generazioni: negli anni Ottanta il fabbisogno energetico poteva superare i 10 kWh per metro cubo. Il progresso delle membrane e l’introduzione di sistemi avanzati di recupero energetico hanno ridotto in modo sostanziale questi consumi, anche se l’energia resta comunque una componente che pesa nel bilancio di utilizzo dell’acqua desalinizzata.
Un altro aspetto centrale riguarda gli impatti ambientali degli impianti di dissalazione. Il processo genera una corrente di scarico ad alta concentrazione salina, la cosiddetta salamoia, che deve essere gestita con attenzione per evitare effetti negativi sugli ecosistemi marini. La progettazione degli scarichi, la diluizione della salamoia e il monitoraggio degli effetti sugli ambienti costieri sono di conseguenza elementi cruciali nella realizzazione degli impianti.
La ricerca tecnologica sulla desalinizzazione in Italia si è concentrata proprio su questi aspetti, studiando e testando soluzioni che mirano a ridurre gli impatti ambientali attraverso sistemi di diffusione più efficaci, integrazione con altri flussi industriali o recupero di alcune componenti presenti nella salamoia. La sostenibilità ambientale degli impianti di desalinizzazione è forse il fattore principale da valutare quando si considera l’introduzione della dissalazione in contesti territoriali nuovi.
Nel dibattito italiano (ma anche globale) sulla gestione sostenibile della risorsa idrica la dissalazione non può essere analizzata isolatamente. Sempre più spesso viene considerata come una tecnologia complementare ad altre strategie di gestione dell’acqua, tra cui il riuso delle acque reflue trattate.
Il riutilizzo delle acque depurate è infatti una soluzione particolarmente efficiente per molte applicazioni industriali e agricole, poiché riduce la pressione sulle risorse naturali. In questo quadro la dissalazione può essere associata e integrata agli impianti di trattamento dei reflui, per contribuire a stabilizzare i sistemi di approvvigionamento nei momenti di maggiore stress idrico.
La combinazione di più fonti (acqua superficiale, trattata, falde e acqua da dissalata) consente infatti di costruire sistemi idrici più resilienti, capaci di adattarsi alle variazioni climatiche e alla crescente domanda.
Una delle domande più interessanti riguarda la possibile applicazione della dissalazione in Italia anche in ambito industriale. In alcuni contesti internazionali, soprattutto in aree costiere con forte presenza industriale, gli impianti per la dissalazione forniscono acqua direttamente ai sistemi produttivi.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi le tecnologie di dissalazione vengono usate soprattutto per la produzione di acqua potabile o per il supporto alle reti idriche urbane. L’utilizzo diretto o meno nei processi industriali può essere ostacolato da diversi fattori, tra cui i costi energetici, la distanza dei poli operativi dagli impianti e le caratteristiche qualitative richieste dall’acqua di processo.
Per molte realtà industriali, soprattutto quelle ad alta intensità idrica, soluzioni di riuso interno delle acque e ottimizzazione dei cicli produttivi risultano spesso più efficienti dal punto di vista economico e ambientale.
Questo non significa che la dissalazione non possa avere un ruolo anche nel settore industriale, ma piuttosto che la sua applicazione deve essere valutata all’interno di una strategia più ampia di gestione della risorsa.
Nel contesto italiano la dissalazione difficilmente potrà rappresentare la soluzione al problema dello stress idrico. Più realisticamente, il suo ruolo potrebbe essere quello di tecnologia complementare all’interno di sistemi idrici più complessi.
La sfida non riguarda solo l’uso della dissalazione in Italia come soluzione di per sé, ma la capacità di integrarla con altre soluzioni, dalla riduzione delle perdite di rete al riuso delle acque reflue, all’interno di una strategia complessiva di gestione della risorsa.
In questo quadro la dissalazione può contribuire ad aumentare la resilienza dei sistemi idrici, soprattutto nei territori più esposti alla variabilità climatica. La sua efficacia comunque dipenderà dalla capacità dei decisori di inserirla in un modello di gestione dell’acqua che tenga conto di sostenibilità ambientale, efficienza energetica e sicurezza degli approvvigionamenti.
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