Nel 2026 la qualità dell’acqua potabile in Italia entra in una fase nuova. Entro sei mesi andranno applicati i limiti europei sui PFAS: 0,10 microgrammi per litro per la somma di 20 sostanze specifiche e 0,50 microgrammi per litro per il parametro “PFAS totali”, secondo quanto stabilito dalla Direttiva (UE) 2020/2184.
Non si tratta di un aggiornamento formale. Per la prima volta l’Unione europea introduce un quadro armonizzato e quantitativamente definito per una famiglia di composti sintetici utilizzati da decenni in applicazioni industriali strategiche (dai rivestimenti tecnici alle schiume antincendio) ma caratterizzati da elevata persistenza ambientale.
L’Italia ha recepito questo impianto normativo aggiornando la disciplina nazionale e definendo modalità di monitoraggio, responsabilità e tempistiche operative. L’obiettivo non è solo misurare meglio, ma prevenire e gestire il rischio lungo l’intera filiera idropotabile, dalla captazione alla distribuzione.
In questo scenario, il tema PFAS e acqua potabile nel 2026 non riguarda soltanto i gestori del servizio idrico. Coinvolge imprese, filiere produttive e sistemi di approvvigionamento che dipendono dalla stabilità qualitativa della risorsa. La questione non è “se” adeguarsi, ma come farlo in modo strutturale, efficiente e sostenibile nel tempo.
Alla base del nuovo impianto regolatorio europeo c’è un dato scientifico che negli ultimi anni è diventato sempre più evidente: quando si parla di PFAS ci riferiamo a una famiglia composta da migliaia di sostanze diverse. Tutte hanno in comune una struttura chimica stabile, il legame carbonio-fluoro, che conferisce resistenza termica e chimica, ma anche una persistenza ambientale molto elevata. Tuttavia, non tutti i PFAS si comportano allo stesso modo: alcuni sono più mobili nelle acque sotterranee, altri tendono ad accumularsi maggiormente negli organismi, oppure presentano profili tossicologici differenti.
È per questa ragione che la Direttiva (UE) 2020/2184 non si limita a fissare un valore generico, ma introduce due parametri distinti per l’acqua destinata al consumo umano. Da un lato stabilisce un limite di 0,10 microgrammi per litro per la somma di 20 PFAS specificamente individuati, selezionati sulla base delle evidenze scientifiche disponibili. Dall’altro prevede un parametro più ampio, 0,50 microgrammi per litro per i PFAS totali, pensato per intercettare la presenza complessiva della classe.
Questi valori non sono il risultato di una scelta arbitraria. Si fondano sulle valutazioni dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), che nel 2020 ha ridefinito le soglie di sicurezza per alcuni PFAS maggiormente studiati, e su un confronto tecnico tra Stati membri sulla fattibilità dei trattamenti necessari per rispettare i nuovi standard. La normativa, quindi, non fotografa soltanto un rischio sanitario: tiene conto anche della capacità degli impianti di trattamento e delle reti di distribuzione di adeguarsi in tempi realistici.
In Italia il recepimento della direttiva, avviato con il D.Lgs. 18/2023 e successivamente aggiornato, ha tradotto questi parametri nel quadro nazionale, definendo modalità di monitoraggio, responsabilità e tempistiche operative. Il risultato è un sistema che non si limita a misurare la presenza dei PFAS, ma impone una gestione strutturata del rischio lungo l’intera filiera idropotabile.
Il quadro italiano sulla presenza dei PFAS nelle acque non è uniforme, né facilmente sintetizzabile in un unico dato nazionale. Le attività di monitoraggio sono condotte a livello regionale dalle ARPA, coordinate sul piano tecnico dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale per quanto riguarda le acque superficiali e sotterranee, e dall’Istituto Superiore di Sanità per i profili sanitari legati alle acque destinate al consumo umano.
Negli ultimi anni ISPRA ha integrato il monitoraggio delle sostanze perfluoroalchiliche nelle reti di controllo dei corpi idrici ambientali, riconoscendo la necessità di intercettare queste molecole lungo il ciclo naturale dell’acqua prima ancora che raggiungano gli acquedotti. Questo passaggio è rilevante: la qualità dell’acqua potabile dipende in larga misura dallo stato delle risorse idriche a monte.
Le evidenze disponibili mostrano una distribuzione territoriale disomogenea. I casi più noti riguardano aree industriali del Nord Italia, ma le attività di campionamento – istituzionali e indipendenti – hanno evidenziato come la presenza di PFAS possa interessare anche altri contesti, in relazione a pressioni industriali, siti contaminati o utilizzi storici di prodotti contenenti sostanze fluorurate.
Il risultato è un mosaico di situazioni locali che richiede un coordinamento tra competenze ambientali, sanitarie e gestionali. Non si tratta solo di individuare le concentrazioni, ma di definire priorità di intervento e strategie di prevenzione coerenti lungo l’intera filiera idrica.
Per i cittadini, l’entrata a regime dei nuovi limiti sui PFAS rappresenta un rafforzamento delle garanzie sanitarie. Per le imprese che utilizzano acqua potabile come input di processo, invece, la questione assume una dimensione operativa più complessa. Settori come quello alimentare, farmaceutico e manifatturiero avanzato dipendono da una qualità costante e tracciabile della risorsa: qualsiasi variazione nei parametri può incidere su processi produttivi, standard certificativi e obblighi contrattuali.
L’abbassamento dei limiti e il monitoraggio obbligatorio impongono quindi una valutazione più approfondita delle tecnologie di trattamento adottate. Le soluzioni convenzionali, come la filtrazione meccanica o il trattamento biologico tradizionale, non risultano efficaci nella rimozione delle sostanze perfluoroalchiliche. Per intercettarle è spesso necessario ricorrere a tecnologie avanzate (carbone attivo granulare, resine a scambio ionico, membrane ad alta pressione) la cui efficacia dipende, però, dal profilo specifico dei composti presenti e dalle caratteristiche chimico-fisiche dell’acqua da trattare.
Non esiste un approccio standard valido in ogni contesto. La famiglia dei PFAS comprende molecole con comportamento ambientale e reattività differenti, e questo richiede progettazioni mirate, test preliminari e competenze specialistiche. L’adeguamento non è soltanto un tema impiantistico: implica investimenti, pianificazione e una gestione tecnica capace di integrare il controllo dei contaminanti nel ciclo produttivo.
A questo si aggiunge un aspetto spesso meno visibile ma altrettanto rilevante: la continuità operativa. Se i parametri qualitativi dell’acqua in ingresso cambiano, un’azienda può essere costretta a rivedere le specifiche di processo, installare pretrattamenti interni, aggiornare documentazione tecnica o affrontare verifiche più stringenti da parte di clienti e organismi di certificazione. In filiere produttive sempre più interconnesse, la qualità dell’acqua diventa così parte integrante della governance del rischio operativo e ambientale.
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